Capitolo: il cinese arricchito

Troppo di frequente, nella mia mente offesa dagli avvenimenti crudeli del passato, tornava la visione di una scena, che era ancora viva e molto ben dettagliata. Ciò che si ricorda molto bene è frutto di un grande interesse, o, comunque, di una sensazione relativamente violenta causata al nostro stato psichico. Parecchi anni prima, in compagnia di una terribile ma bella ragazza cinese, frequentata a Viliston e non all’estero, conobbi un capo di clan dedito ad attività criminose. Il nostro incontro fu casuale, dentro un negozio di armi ed oggetti da collezione rari. Quel giorno subii un certo trauma interiore che cominciò ad opprimermi ed a darmi tanta rabbia, e che avrei voluto disperdere tramite una vendetta ben mirata. La mia ragazza, dalla quale mi separai dopo poche settimane (poiché vedeva solo il denaro nella sua vita ed era anche ignorante e spietata), era in qualche modo associata, o, doveva sicuramente qualcosa a quel boss di tipo ‘mafioso’. Fu lei che me lo volle presentare, ma le circostanze furono davvero fallimentari.

Appena entrammo nel negozio, trovammo il cinese (smisuratamente arricchito solo grazie ad attività illecite, da come lei poi mi fece capire), seduto ad ascoltare la spiegazione estremamente tecnica del rivenditore in riferimento ad una bellissima spada giapponese antica, una katana dal manico nero impreziosito da ricami floreali dorati. In piedi, accanto a lui, c’era un ragazzo basso e tarchiato, dalla brutta faccia, che vigilava sulla sicurezza del suo ‘infallibile’ padrone. Nel momento in cui entrai ero un po’ irrequieto, diversamente dal mio solito, ed anche rumoroso, cosicché carpii l’attenzione del venditore con un tono di voce forte, e mi permisi anche di fare un paio di battute di spirito che non piacquero a nessuno: fu certamente un piccolo errore di comportamento. Sfortunatamente, anticipai la spiegazione e la presentazione della mia compagna, quindi, rimasi ignaro di chi fosse il tipo seduto in atteggiamento di ‘alta contemplazione’. Il ricco mafioso era di media statura, bell’aspetto, sui cinquanta ed oltre, dal viso molto chiaro, quasi occidentale… da sembrare un ibrido di una cinese ed un europeo. Io volevo vedere alcune balestre, ed interruppi il dialogo fra i due, scortesemente. Poi, per farmi perdonare, rifilai una battuta guardando in faccia il grande capo seduto, mai ricambiato da lui, nemmeno con un’occhiata. Esagerai, chiedendo di vedere anche alcune bombe ed esplosivi ad alto potenziale, che, notoriamente, non erano vendibili nelle nostre città, pensando di comprare un po’ della loro simpatia, ma, infelicemente, non feci altro che scomodare il gorilla, che mi venne addosso, quasi a sfiorare con il suo corpo il mio. Il bassotto mi rideva in faccia in un modo molto aggressivo per sfidarmi, portando il suo naso, sotto il mio, ad una distanza di pochi centimetri. Avvertii il pericolo di un violento scontro fisico, carpivo delle energie, del calore dal suo corpo forte ma poco longilineo. Forse, lui mi era venuto addosso per lo stesso motivo per il quale io lo temevo: doveva aver capito che avevo fatto una scortesia in modo intenzionale, e che, la mia spiritosaggine, essendo sciocca e senza fondamento, avrebbe potuto essere soltanto una scusa per aggredire od infastidire il suo potente protetto.

Non mi era mai capitato prima di quel momento che un cinese mi mettesse paura, essendo sempre stato io ad avvertire il contrario in coloro che avevo frequentato all’estero. Non solo: quello che mi rimase più vivo nel mio ricordo, non fu il gorilla con il suo atteggiamento di minaccia fisica, bensì il volto rilassato, curatissimo e disumano del suo capo, che doveva avere un tipo di comportamento da seguire, tipico delle divinità o degli imperatori orientali dal potere assoluto, uno stile che rividi pochi anni dopo in alcune persone in Cina, tutte di quel tipo, esseri malvagi, arricchiti, che credevano di essere superiori agli altri solo perché sapevano tenere in auge un’organizzazione criminale d’alto livello… fin quando gli sarebbe durato, però.

Dal momento della mia entrata irruenta fino all’uscita, e durante la presentazione personale, il tipo divino non mi guardò in faccia e non mi parlò nemmeno, con totale, orientale indifferenza, facendomi sentire un nulla. Odiai la cosa, tant’è che, quando me ne andai, non salutai nessuno per non dare loro importanza. Sia la mia compagna che il gorilla fecero in modo di farmi uscire subito. Capii che c’era qualcosa di strano nei loro modi ed abbandonai la scena, illeso ma scioccato, in meno di cinque minuti, senza aver visto attentamente nessun articolo esposto.

Fu solo durante la mezzora successiva che la mia donna mi criticò, arrabbiata, e cominciai a comprendere che tipi di persone fossero quel malavitoso e… anche lei. Tra loro c’erano legami economici: lui prestava denaro a molta gente, richiedendo alti tassi d’interesse, e riciclava, con l’aiuto di lei, del denaro sporco proveniente dalla Cina. La mia compagna si era alquanto arricchita come tour operator per turisti della sua nazionalità, sfruttando conoscenze dalla madrepatria che pagava con regali di altissimo livello quando tornava a fare loro visita, e con l’aiuto economico del grande padrone ‘divino’ che disturbai durante il suo acquisto della costosissima katana, il quale era proprietario di moltissimi magazzini di merci importate e negozi di ogni tipo. La mia ragazza mi criticò per giorni interi, risentita di quella figuraccia, ma non evitò di fornirmi tanti dettagli preziosi circa la vita privata del suo faraone e perfino della sua.

Lei andava sempre in giro con rotoli di contanti da mettere ‘paura’ ai normali lavoratori, non pagava le tasse, aveva documenti falsi, e cambiava, ogni due o tre mesi, il locale di residenza in affitto per sfuggire ai controlli delle autorità. Mi spaventò a tal punto… mi faceva anche schifo, che la trattai male per parecchio tempo, fino a quando, la sua aggressività fu esausta e dovemmo lasciarci per non venire alle mani.

Era così surreale per una persona della mia cultura pensare a come potessero esistere tipi come loro tra la gente con gli occhi a mandorla. Quando ci si reca in Oriente, la maggior parte degli abitanti, tende ad essere ospitale, amichevole e sorridente verso noi occidentali. I loro popoli sono abituati da secoli ad essere carne da macello o schiavi dei sovrani assoluti, gravati dell’intera responsabilità della loro esistenza, senza uno Stato sociale che dia nessun tipo di diritto. Cercano di conquistare la nostra simpatia perché sanno che viviamo meglio ed abbiamo più denaro. Eppure, esistono anche, in numero limitato, quelli che si pensano delle divinità, i quali si atteggiano con dei modi e con uno stile di vita che nemmeno i nostri più ricchi individui riescono a concepire. Chi riceve una cultura umana sa anche dei suoi limiti, chi, invece, è abituato ad ambienti fondati solo su scontri di forza bruta, senza diritti umani, in caso esca vincitore, si crede immortale, geniale, divino. Riuscivo a collegarmi soltanto a questo filo logico per spiegarmi il fatto accaduto. Come erano assurdi e mostruosi individui del tipo di quel balordo arricchito che avevo sfortunatamente incontrato! Sapevano di utilizzare illegalmente la forza e d’essere malvagi, ma, nonostante ciò, si consideravano essere superiori, in grado di togliere la parola perfino ad un occidentale più colto e raffinato di loro: dovevano essere persone piene di odio e di falsi idoli, condannate a fare del male per portarsi sopra alla massa di schiavi senza una vera vita, convinte di essere state scelte da un destino superiore. Era anche, forse, per questo loro modo di vedere le cose, che spesso, si rifugiavano in studi buddisti che li facevano sentire più buoni e puri.

Io, personalmente, ero in credito con il suo popolo che mi aveva quasi rovinato ed ingannato nel momento in cui aprii una società commerciale in piena regola e con le competenze giuste: i cinesi non facevano lavorare gli stranieri in piccolo, o senza che pagassero loro delle tangenti, e pretendevano di aprire traffici illegali fuori la patria con cui si arricchivano ai danni degli altri cittadini stranieri! Nessuno mai mi aveva rifiutato una parola od uno sguardo dopo essermi presentato! Ecco… avevo trovato un ‘errore’ del divino cinese: quello di aver sottovalutato un intelligente uomo occidentale con dei superpoteri! Erano anni che lo avrei voluto punire, ed ero nella condizione idonea di poterlo facilmente fare, anche se avrei dovuto prestare attenzione alle guardie armate che giravano attorno a tipi come lui. Volevo vedere se quell’essere assurdo fosse stato davvero così impassibile e senza parole anche durante un cataclisma: quello che stavo progettando nella mia testa per esaudire la mia vendetta!

Passati alcuni giorni di ricovero del mio corpo stanco, mi misi all’opera per distruggere il mio nemico. Normalmente, sarebbe stato oltremodo arduo trovare informazioni di un individuo come lui, perché era sicuramente dotato di documenti falsi e conduceva una vita segreta per occultarsi facilmente in caso di guai giudiziari. Io, però, sapevo dove era ubicato uno dei suoi magazzini di deposito merci maggiori, poiché avevo accompagnato anni prima la mia compagna per comprarci qualcosa di cui aveva bisogno. Sarebbe stato un giorno molto faticoso, speso ad appostarmi in quel luogo in attesa, non sicuro dell’arrivo del grande padrone, che avrei seguito fino ad arrivare alla villa in cui viveva in campagna, fuori città. Inoltre, per arrivare al deposito, sarei salito su un autobus pubblico, rischiando il contatto con le persone a bordo. Per evitare questo pericolo, mi sistemai, una volta invisibile, dietro il sedile dell’autista, in uno spazio inutilizzato, fuori dal traffico degli utenti, protetto posteriormente da una vetrata che faceva a caso mio. Quando arrivai sul posto, scesi, seguendo alcune persone in fermata.

Il quartiere in cui sorgevano i tanti capannoni adibiti a magazzinaggio era squallido, e si vedevano in giro solo uomini orientali, che facevano da vigilanti. Nessuna donna, o quasi, e nessun bambino in quel posto brutto, sporco e grigio. Raramente, una macchina della polizia percorreva la strada principale, per fare presenza, più che per effettivo controllo della situazione commerciale o d’ordine pubblico. Ero piombato in una piccola Chinatown, che solo due decenni prima non esisteva, frutto del veloce arricchimento sleale e contrario al diritto internazionale del popolo giallo. Passai alcune noiose ore spiando i loro modi e tutta la merce che importavano. Camminai per tutte le corsie principali dei magazzini più grandi e, come sempre, nessuno mi poté notare. Quel giorno, però, non andò bene, e me ne andai a casa sfinito, senza aver incontrato l’uomo che cercavo.

Soltanto quando ricomparii sul posto due giorni dopo, ebbi la mia occasione, tant’è che vidi il capo mafioso già in loco, impartendo ordini a tre uomini giovani, già nel momento in cui arrivai. Di fuori c’era un’automobile di lusso nera parcheggiata, sistemata di fronte ad un furgone bianco da lavoro. Immaginai che l’auto fosse guidata da uno o due uomini, e che il capo sedesse dietro. Il furgone, probabilmente, era della scorta di difesa personale, che alle volte faceva anche attività commerciale, sempre nel caso in cui non mi fossi sbagliato. Mi accorsi, in poco meno di due ore, che la mia previsione era azzeccata, quindi, nel momento in cui capii che stavano lasciando l’area, durante l’orario di pranzo, mi intrufolai nel retro del furgone.

Mi condussero, ignari, in mezzo ad una campagna, bella ma abbastanza brulla, sulle tinte gialle e marroni, nella loro villa in stile italiano con il tetto rosso in tegole. Il mio cuore iniziava a palpitare briosamente. Già dalla mia entrata nel furgone, avevo notato un paio di pistole in un cassetto. Con il divino capo c’erano due uomini assieme al suo accompagnatore personale, che mi aveva minacciato e toccato il viso con il suo atteggiamento spregevole.

L’edificio era piuttosto gradevole nell’aspetto, non troppo vistoso, con pareti bianche, su due piani molto ampi, ma con finestre non molto grandi e piene di inferriate. Non sapevo nemmeno dove mi trovavo, a causa del mio viaggio alla cieca, nel retro di un veicolo senza vetri posteriori. Il percorso era stato eseguito in meno di venti minuti, quindi, non dovevo essere molto lontano dalla città, ma, sicuramente, il ritorno sarebbe stato lungo, in gran parte fatto a piedi. Fu per tale ragione che tentai di sistemare quel maiale di un criminale in giornata.

Girai un paio di volte tutte le stanze della villa per capirne i pericoli. Non avrei avuto di certo una buona probabilità di trovare prove cartacee contabili per incolpare il trafficante illegale, anche perché le avrebbe scritte nella sua lingua, e, dalla mia conoscenza dei cinesi, sapevo che loro si affidavano ad esperti della loro stessa nazionalità appoggiati a studi di commercialisti riconosciuti. Dopo un attento esame del luogo, mi accorsi della presenza, non solo dei tre gorilla, ma anche di due donne: una di età avanzata ma molto sexy e giunonica, e l’altra, bella, giovanissima, fragile, la bellezza tipica che piaceva a quegli uomini, dalla pelle bianca e dalle mani lunghissime e sottili.

Più tardi, all’ora di cena, mentre il boss con le sue dame di ‘proprietà’ stavano mangiando in una tavola di lusso all’interno, due di loro erano di fuori a finire gli spaghetti cinesi, mentre il guardaspalle era assente, forse in bagno. Ero sotto stress, non sapevo quando iniziare il mio attacco, teso a simulare una lotta armata ‘tra di loro’ finita male, che li avrebbe potuto far arrestare e processare dalle nostre autorità. Erano in troppi ed erano armati; stavo esitando per trovare una soluzione improvvisata efficace.

Nel mio giro di perlustrazione, avevo precedentemente individuato le possibili vie d’uscita e le stanze da notte, inoltre, mi ero accorto che la bella katana con un intero arsenale di armi, probabilmente rubate ed illegali, facevano bella mostra nel salone principale, dove stavano seduti a mangiare i tre amanti. Sapevo che avrei dovuto usare la violenza in misura maggiore, onde evitare una loro reazione a me fatale, ma ciò era assolutamente contrario al mio stile. In vita mia non avevo mai ferito nessuno in offesa, anzi, mi ero salvato varie volte da aggressioni di delinquenti grazie alla mia prontezza di riflessi innata ed alle gambe veloci. Non avevo più tempo per decidermi, e quando ebbi tutta la visione dell’azione da eseguire in breve tempo scolpita nella mia mente, con il cuore in gola, mi misi all’opera.

Per prima cosa andai al piano superiore per cercare il mio rivale che tentò di alzarmi le mani, e quando mi accorsi in quale bagno era finito, lo chiusi dentro con la sua stessa chiave, rubatagli dall’interno. Lo feci in modo silenziosissimo… non si accorse nemmeno del piccolo spiraglio di apertura che avevo dato alla porta. In pochi minuti, però, sarebbe dovuto uscire. Dovevo essere rapido. Andai nella camera da letto principale dove vi erano appena entrati il boss con le due donne ormai quasi nude. Uscii immediatamente, sfiorando il corpo di quella più vecchia, e mi diressi nel sottoscala per telefonare, usando un loro apparecchio fisso. Parlai con la polizia, avvisando di una feroce lotta armata in corso, senza dare le mie generalità, ed indicando il posto grazie a dei riferimenti visivi e con il nome della località rurale vicina. Descrissi anche la forma ed il colore della villa, dicendo che si trattava di gente cinese armata con pistole e fucili. Li avrebbero trovati in meno di mezzora anche senza il giusto indirizzo stradale. Riagganciai prima di rispondere alle loro domande, anche per simulare il mio spavento.

Ero quasi certo che nessuno mi aveva sentito parlare, date la dimensione della villa e la presenza dei gorilla nel cortile esterno, uno dei due, tra l’altro, tutto eccitato a raccontare qualcosa con una sigaretta in bocca. Il furgone bianco da dove ero sbucato era vicino, con le portiere posteriori ancora aperte. Mi avvicinai silenziosamente ai due, e quando il loro sguardo cadde in direzione opposta, presi le loro due pistole sopra il tavolino di plastica verde per nasconderle dentro il furgone, fra le tante matasse di fili elettrici e cavi vari. Da lì dentro, prelevai una grossa chiave inglese, ed andai a rompere i denti dei due uomini. In quel momento, si stavano animando, stupiti dalla mancanza delle loro armi, uno dei due alzatosi in piedi, pronto a muoversi. Colpii prima quello, e dopo solo un secondo, l’altro seduto. Usai una certa forza sulla loro bocca… dovevo aver rotto molti denti, e con il grande dolore provocato, li misi entrambi fuori combattimento, a terra, a dimenarsi con il sangue sul viso. Le loro grida furono molto ovattate dato il riempimento della bocca di liquidi. Con la mia voce li minacciai di non sollevarsi da terra e di non parlare, pena una pallottola in testa. Ebbero paura, e rimasero raggomitolati, vicini uno all’altro. Quando uno dei due alzò lo sguardo per vedere chi fosse il suo nemico, era già troppo tardi: avevo preso il filo di ferro del furgone che sembrava fatto apposta per il mio scopo, e data la vicinanza, riuscii ad avventarmi su di loro prima che si alzassero per reagire. Il loro dolore li aveva fiaccati, e mi bastò dare un calcio in faccia a quello che si era mosso, per farlo riabbassare inerme e spaventato. Li legai velocemente usando tutta la mia forza, finendo con un nodo doppio. Li avevo stretti in una morsa di ferro dal collo fino alle caviglie. Non credo che avrebbero potuto facilmente liberarsi, ma avrei dovuto allenarmi meglio in futuro su quelle tecniche dell’uso di funi e dei loro nodi.

Mi stavo sentendo più tranquillo con i gorilla fuori combattimento. Quasi sicuramente, al piano superiore, gli altri quattro si erano accorti di qualcosa. Salii su per le scale lentamente, ascoltando le grida di quello che stava in bagno e che stava cercando di sfondare la porta per uscire. Il boss, scocciato e poco vestito, stava passando il corridoio per andare ad aprirgli. Le due amanti a pagamento erano ancora nella camera da letto.

Messomi dietro al divino capo, prima che lui afferrasse la maniglia della porta, lo spintonai con tutto il mio peso fino a farlo sbattere con la faccia sulla parete di fine corridoio. Tentò di rigirarsi, ed io gli presi la testa con entrambe le mani e gli feci colpire il muro ancora più vigorosamente. Fu solo allora che sentii la sua voce schifosa, finalmente, e vidi i suoi occhi spaventati dal mio fantasma. Avevo una pistola con me, alla quale tolsi la sicura, e dimenandola nell’aria, con voce potente, gli comandai di stare fermo e poi di venire con me. Lo stavo trattando come un insetto: godevo nel dargli ordini a cui lui doveva ubbidire, pena il dolore fisico al suo corpicino sottile, curatissimo dai suoi soldi sporchi. Mi stava iniziando a parlare nella sua lingua che capivo abbastanza bene, e tentava di comprarmi. Stranamente, non mi chiese più d’una volta chi fossi e perché non poteva vedermi. Lo presi a calci forti ovunque per farlo tacere e lo condussi fino in camera da letto, dove le due donne erano già terrorizzate, ferme sul letto, con la testa abbassata. Iniziai a dare ordini in cinese, per impressionarli di più a livello psichico. Divennero nuovamente muti. Li feci avvicinare, e sparai due colpi di pistola al soffitto per spaventarli.

Avevo ancora con me un bel rotolo di fil di ferro sottile, che avevo messo alla cintola. Li legai tutti e tre assieme, poi li spogliai parzialmente per scherno, e presi a schiaffi in faccia il capo e la giovane donna, tanto per punirli. Lei si mise a piangere, mentre lui minacciava la mia morte. Era solo un suo puerile sogno: non avrebbe potuto mai capire chi fossi, inoltre, la patina di gelatina dell’invisibilità non permetteva al mio corpo di lasciare impronte di nessun tipo. Le sue telecamere, per giunta, non avrebbero visto che un mostruoso fantasma con una pistola fluttuante in aria. Dopo aver legato i miei nemici, dovevo pensare all’ultimo e più temibile uomo, che stava uscendo dal bagno in quel momento, dopo aver rotto la serratura della porta. Con uno scatto rapido mi diressi verso il corridoio di prima e lo vidi arrivare nella mia direzione. Io ero invisibile: lui era solo la mia preda. Aspettai che giungesse davanti alle scale per spingerlo giù. Lo feci cadere e batté la testa almeno un paio di volte contro la ringhiera di metallo lucente. Non disse niente, doveva essere molto forte e ben allenato nelle arti marziali. Avrei dovuto sempre stargli lontano per evitare i suoi colpi veloci. Si stava rialzando. Io posai per terra la pistola, che mi dava impedimento e mi rendeva parzialmente visibile, e mi spostai di due metri per non farlo orientare sulla mia presenza. Proprio come avevo previsto, iniziò a calciare attorno a sé con una cedenza davvero impressionante. Aveva capito con chi aveva a che fare, ma non era abbastanza intelligente da darsela a gambe. Gli sputai un dardo metallico della cerbottana sul viso e cominciò ad urlare dal dolore. Corse nella mia direzione costringendomi ad indietreggiare fino a riconquistare l’uscio della camera da letto dove erano gli altri tre, ancora immobili. Di scatto, gli rifilai due colpi di frustino sulla faccia, facendolo sanguinare, eppure, un suo pugno basso, mi colpì comunque, vicino allo stomaco. Eseguì un colpo fortunato, ma non abbastanza da farmi male. Lo sentii appena, e reagii dandogli dei calci addosso. Lui cadde pieno di sangue parandosi la faccia con le mani. Ripresi la pistola spostandomi dietro di lui, e sparai un colpo al suo ginocchio, facendoglielo a pezzi. Finii tutto il caricatore addosso le pareti della camera da letto e nel corridoio. Frantumai tutti i vasi e gli oggetti fragili d’arredamento, simulando una lotta feroce. Quando scesi nel cortile, i due erano ancora lì, ma stavano tentando di slegarsi. Presi l’altra pistola e la scaricai addosso alle mura ed ai vetri del piano terra distruggendo il più possibile. I gorilla si erano di nuovo fermati a faccia in terra, paralizzati.

La polizia sarebbe arrivata a breve. In effetti, quando rubai il furgone, per evitarmi la fuga a piedi, incrociai due macchine della forza pubblica che avevano trovato, in meno di mezzora, il posto da me indicato. Mi andò bene, ma non al grande capo cinese! C’era un’altra villa vicina a quella loro, e sicuramente, da lì avevano sentito gli spari ed avrebbero raccontato tutto alle autorità.

Io passai oltre e mi diressi ai magazzini di proprietà del boss, aspettando il calar del sole, dove avrei trovato tutto chiuso e senza troppi custodi all’esterno. In poco tempo mi orientai e seppi trovare la strada giusta. Con lo stesso furgone bianco, sfondai le serrande, lentamente, per non ferirmi, e mi ritrovai all’interno dello stesso edificio da dove avevo spiato il mio nemico la mattina stessa. Mi ero accorto, passando davanti la struttura, che un paio di cinesi avevano visto l’arrivo del veicolo, quindi, sapevo che sarebbero venuti a controllare dentro dopo l’abbattimento delle saracinesche esterne.

Anche in quell’occasione avevo pochi minuti, che però mi bastarono: corsi a cercare dei rotoli di carta igienica e d’altro tipo che avevo visto in grande quantità nel loro bagno di servizio. Aprii tutto il materiale e lo sparsi ovunque nel magazzino, sopra alla merce. Fu un lavoro pesante ma rapido. In cinque minuti avevo riempito di carta i locali, e cominciai a dare fuoco a tutti i ceppi con un accendino trovato precedentemente nel furgone. I due guardiani notturni stavano osservando la scena di quell’incendio divampato dal nulla e si avvicinarono in alcuni punti per tentare di spegnere il fuoco. Avrei dovuto fermarli. Fu un lavoro da ragazzi perché loro, a differenza dei precedenti, non avevano armi da fuoco. Uno dei due stava cercando di telefonare per avvisare qualcuno. Dal suo posteriore, gli sfilai il cellulare e glielo ruppi sotto i miei piedi, dandogli una gomitata sul viso. Poggiai uno dei pezzi di carta già infuocati sull’altro che saltò e gridò come un grillo per cercare di liberarsene. Li presi a calci entrambi, facendoli abbassare. Continuai un paio di minuti, accendendo il restante materiale, fino a che la fiamma avviluppò anche parte della merce esposta in magazzino, facendo un fumo scuro e puzzolente. L’incendio stava divampando. I due scapparono dall’uscita principale senza continuare a spegnere le fiamme, sicuramente spaventati dal nemico invisibile. Da lì continuai a piedi, per alcune ore, fino all’arrivo a casa mia, ancora intatto e pieno di adrenalina. Anch’io mi sentivo come quelle fiamme, all’interno dei miei vasi sanguigni: bollente, potente, un distruttore infallibile.

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