Capitolo 2

Arrivai all’aeroporto di Sanya con la solita sonnolenza. In aereo non riuscivo mai a dormire per più di quattro o cinque ore. Era stato un lungo e scomodo viaggio. Già dall’interno dell’abitacolo si era percepita quella potentissima luce del Sole, così accecante, tipica dei luoghi tropicali marittimi e che in me destava tanta eccitazione e spossamento fisico. Il cuore mi stava palpitando con maggiore velocità. Poco dopo, al suolo, tutti gli altri viaggiatori attorno a me erano già spariti per lasciare spazio ad una sola visione e ad un solo pensiero: la mia Bing Bing, che mi avrebbe dovuto aspettare davanti il palazzetto principale dell’aeroporto.

Ogni volta che tornavo in quella città mi sentivo nella mia seconda casa. I viaggi molto lontani mi avevano regolarmente educato e fatto sentire vivo e felice: era una cosa innata in me, cercare nuovi luoghi di bellezza naturale e conoscere persone di diversi costumi. Mi sentivo più ricco interiormente, più forte, più appagato.

Seguivo l’ultima fila di persone dirigendomi verso l’uscita, strutturata in una serie di vetrate e cancelli automatici attraverso le quali si intravedeva la bella vegetazione composta da palme e da piante a forma di ventaglio con foglie molto ampie, che a me interessavano particolarmente. Il caldo afoso era tipico di quel posto, a me piaceva, sebbene fosse una scomoda percezione. Ad eccezione dell’inverno, tutto l’anno si registrava una temperatura massima di 30-35 gradi all’ombra. Io non avevo mai tollerato il freddo, ed essendo un amante del mare, avevo scelto quella città quale mia seconda residenza proprio in virtù di tali ragioni. Il problema principale, comune anche in questa parte della Cina, era l’eccessivo affollamento di tutti i ritrovi pubblici e dei centri urbani: una cosa che odiavo e dalla quale mi tenevo spesso distante.

Si cominciavano a scorgere le file dei turisti appena arrivati, come me, e dei tassisti con i loro veicoli azzurri di almeno due decadi di usura, appena ebbi attraversato due stradine strette ed antistanti gli edifici centrali dell’aeroporto.

La voce di Bing Bing mi risuonò nelle orecchie; lei stava dietro di me ed io non l’avevo vista: <<Qin ai de! Qin ai de!>>

La sua espressione in mandarino voleva dire: tesoro, caro mio. Mi piaceva tantissimo ascoltarla, specialmente se dalla sua bocca carnosa e con la sua voce delicata. Si era vestita tutta di bianco, con un abitino a gonna corta elegante e lineare, di fattura inglese, e scarpe con tacco eccessivo. Alta quasi 170 centimetri, magra, con belle curve e pelle un po’ scura ma non troppo, risaltava molto bene con quel vestito addosso.

Le risposi sorridente, abbracciandola delicatamente: <<Quanti mesi… sei molto bella… come stai?>>

<<Adesso che ti vedo sono tanto felice. Andiamo a fare la fila così arriviamo presto all’hotel. Te lo voglio mostrare, faremo una passeggiata. E poi… ho fame, qin ai de! Andiamo a mangiare.>>

Mi faceva sempre ridere un po’ la sua sincera ed istintiva parlata. Bing Bing era una ragazza ben più giovane di me e con una semplicità davvero notevole; si abbinava molto bene con un tipo sofisticato ed attivo quale ero io!

Aspettando il turno dei taxi, procedevamo lentamente, e lei mi stava sempre molto attaccata, il suo corpo sfiorando il mio, di lato. Questo comportamento mi stava facendo capire che, lei, al pari di me, aveva davvero sentito la mia mancanza e che era smaniosa di ricevere la mia compagnia, ancora una volta. Dopo essere entrati nell’auto ci accorgemmo che eravamo capitati bene: l’autista non era il solito meschino furbo, come spesso capitava di incontrare lì. In Cina, molti autisti, contro le regole, rifiutavano i clienti, in caso non avessero gradito il tipo di percorso, se poco redditizio. Alcuni di loro chiedevano un prezzo pattuito senza voler utilizzare il tassametro; questo mi mandava in furia e non lo avevo mai permesso. Questa volta fu il caso di un tipo silenzioso ed onesto.

Entrambi, mano nella mano, stavamo cominciando a parlare delle nostre esigenze di vita in quella mattina torrida, ma io, desideroso di rifare miei i paesaggi che tanto mi erano mancati, usavo gli occhi, più che altro, per scrutare fuori dal finestrino in modo molto avido. Sanya stava diventando la meta turistica invernale favorita dai cinesi, ma solo i più abbienti avrebbero potuto comprare casa, per via dei prezzi molto alti. Molti anziani la popolavano nei mesi più freddi ed alcuni personaggi famosi, anche quelli dello spettacolo, dimoravano ad intermittenza in quella bella baia lunga circa venti chilometri. Negli ultimi anni, cioè da quando mi ci ero stabilito anche io, stavano costruendo ovunque piccoli porti per yacht; alcuni marchi noti, italiani ed americani, avevano aperto uffici di rappresentanza vicino ai moli, nei dintorni di alberghi a cinque o più stelle. La lunga ed ampia strada che collegava l’aeroporto con il centro sul lungomare era abbellita da molte oasi di fiori e palme da cocco. Cantieri edili che stavano costruendo piccole ville o grandi ed alti palazzi sui trenta piani erano sparsi ovunque. La tipica concezione orientale dello sfruttamento dello spazio massimizzato stava distruggendo tutti i boschi e la visuale delle molte, pittoresche, piccole colline della baia. La città, come anche sostenevano gli abitanti dell’isola, aveva perso molta della sua bellezza e lo stato limpido dell’acqua marina a favore di uno skyline di cemento per nulla attraente, se non, nell’isola artificiale di Phoenix. Appena l’automobile voltò a sinistra, per il lungomare, mi misi ad ammirare una delle più incantevoli baie tropicali asiatiche. Alcune isole minute erano disseminate poco lontano dalla costa; una delle quali, chiamata isola Est, con uso di “grande fantasia”, era adibita a base militare permanente e vietata ai non addetti.

Bing Bing pizzicò in modo leggero la mia mano dicendomi: <<Che fai? Sei stanco? Non parli con me…>>.

In verità, lei non avrebbe dovuto nemmeno chiedermelo, perché, conoscendola bene, già dal suo modo di guardarmi ed avvicinarsi a me, avevo capito che mi stava cercando e che voleva sentirmi dire qualcosa. Ero stato rapito dalla nostalgia di rivedere il mio ambiente marino preferito.

Le sorrisi, sfiorandole un istante la sua gamba: <<Ho tanto sonno, in aereo dormo troppo poco. Mi piace guardare il mare e tutti gli alberi. Mi capisci? Era da tanto tempo che non ritornavo sulla costa. Sono molto preso dal paesaggio e curiosissimo di esplorare con te l’interno dell’albergo. Più tardi mangeremo qualcosa e mi porterai a spasso per mostrarmi tutta la zona del nostro nuovo ambiente di lavoro, va bene? Non preoccuparti, mia ciliegina, fra non molto, sarò tutto e solo per te.>>

<<Ah ah… lo so… goditi il panorama. E’ bello. Solo che… il lavoro, con questo caldo, comincia ad essere più faticoso! Dopo ti mostrerò la casa… tutti i posti che vorrai vedere. Se lo desideri, puoi dormire prima di sera, ti lascio riposare.>>

Le risposi con tono di voce più deciso: <<No. Assolutamente. Lo sai che non amo dormire di pomeriggio, e poi, mi manca tanto una persona… molto più del paesaggio marino…questa ragazza è così attraente oggi… così…>>.

Scherzavo sempre con lei ed avevo una grande voglia di toccarla. In taxi non lo avrei mai fatto, comunque, avendo a disposizione il tempo e la casetta privata, sentivo che ne avrei approfittato. Per una persona vitale come me, barattare un sonnellino per un’attività di coppia “spinta”, non avrebbe mai avuto nessuna chance.

Lei rivolse uno sguardo al conducente per accertarsi che non stesse spiando i nostri movimenti calorosi. Si riprese nella sua posa dritta e seriosa, e con voce suadente mi disse: <<Ivan, tu passi tanto tempo nella tua terra madre, mi lasci sola qui, spesso mi sento triste, ti pensavo così intensamente… tutti i giorni mi domandavo quando saresti tornato.>>

<<Piccina! Lo sai che devo anche gestire delle situazioni famigliari. Anche io vorrei stare sempre qui con te. E’ difficile. In futuro vedremo se potremo cambiare in meglio.>>

<<Qualche volta, la sera, mi porterai sulla spiaggia sabbiosa per vedere le onde del mare in un posto con poca gente, che ne dici?>>

Le risposi guardandola negli occhi, sorridente: <<Ma certo. Avremo tanto tempo da passare assieme. Dovremo solo abituarci al nuovo ambiente dell’hotel, ai colleghi, e dopo sarà tutto facile! Mi avevi fatto capire che il general manager mi darà un po’ di libertà in più, vero? Ci permetterà degli incontri, nonostante la nostra qualifica di dipendenti, anche all’interno del perimetro della struttura…>>.

<<Si, credo di sì, quando parlerai con lui glielo chiederai direttamente. In questo momento abbiamo pochissimi clienti. Non riceviamo molta pressione dai controlli dei superiori. L’unico problema rimane quello che alcuni vigilanti notturni sostengono di aver visto, come ti avevo accennato.>>

Io, tutto preso dalla seducente figura di Bing Bing e dal mare scintillante di raggi solari riflessi, mi ero dimenticato di quei misteriosi avvistamenti. Ci avrei pensato più tardi, una volta arrivato a destinazione. Il taxi, intanto, si era fermato ad uno dei più grossi incroci della cittadina, laddove hanno scolpito, di lato della strada, sulla piazzetta di congiungimento con la spiaggia, un grande drago, fatto di arbusti potati in modo artistico per creare la figura dell’antico animale protettore del popolo cinese. Il drago, a differenza di quello del mondo occidentale, aveva sempre rappresentato in questa cultura una figura celeste di tipo benevolo.

Non volevo proprio pensare alle questioni di lavoro il primo giorno. Ero fatto così. C’era il tempo per il dovere ed il tempo per il piacere. Li tenevo separati per godere al massimo dell’uno o dell’altro.

La mia attenzione stava tornando alla natura dell’area attorno. Da poco dopo il mio arrivo in questa città, l’amministrazione aveva ampliato di molti chilometri i sentieri lastricati e le opere di ritrovo e di igiene su tutto il lungomare della baia, fino a giungere all’altezza della strada che portava all’aeroporto. Chiunque poteva camminare per diverse ore ammirando il mare e le bellissime spiagge con alberi di palma, evitando però di passare sulla sabbia. Era stato creato un secondo lungomare fatto di alberi, fiori ed arbusti, con panchine e bagni pubblici, che accresceva ancora di più la bellezza scenica. Era un boschetto verde sulla costa color beige. Davvero ben fatto. L’unica impresa dell’amministrazione locale ben riuscita.

Stavamo arrivando verso l’estremo sud della baia, mentre uscivamo dal centro, eccessivamente affollato da anziani cinesi. Qui si intravedeva il porto con i pescherecci e le navi da crociera, di recente approdate in loco. Sul fianco destro, nell’ultima zona di mare aperto, stavamo sorpassando l’isola artificiale di Phoenix.

Io mi rivolsi a lei con un delicato strattone alla mano, guardando in quella direzione, fuori dal finestrino: <<Guarda, hanno quasi completato i cinque palazzoni, lo sai che l’ultimo in fondo tra quelli sarà un albergo di lusso a sette stelle?>>

<<A me non piace tanto. Si, me lo avevi detto che sono solo quattro i grattacieli residenziali. Da anni, vanno avanti i lavori ed ancora non finiscono. Tu ci eri entrato dentro il complesso, vero? Chi ti aveva invitato?>>

<<Si, una volta, due anni fa, credo… un amico che fa parte dei designers degli interni mi aveva mostrato i loro progetti e gli ambienti principali. Quest’isola artificiale ha coperto la superiore bellezza naturale delle dune e delle colline antistanti. I palazzi essendo alti quasi come i bei monti. Terribile! Sono d’accordo. Però, comparando lo stile architettonico di Phoenix con quello degli edifici del centro, che sono davvero brutti, abbiamo qualcosa di grazioso per beare la vista. In aggiunta, la notte, quando accendono le luci al led sulle facciate dei grattacieli, tutta la baia si accende in mille colori proprio grazie a queste costruzioni moderne.>>

Lei mi guardò, sorpresa dalle mie parole parzialmente accondiscendenti all’isoletta di Phoenix, chiedendomi mestamente: <<Qin ai de, non mi avevi detto che non ti piaceva lo stile futuristico da loro utilizzato?>>

<<Si, piccina, però non è brutto, semplicemente non è il mio tipo preferito. Di notte mi diverte guardare le luci con le pubblicità psichedeliche. Ho avuto la fortuna di trovare casa proprio di fronte a Phoenix! E ad un prezzo molto ragionevole. Quello che mi piaceva di meno di essa, era lo spazio interno con il parco, il molo ed il ponte di collegamento. Quando fui invitato alla visita mi accorsi che le stradine e l’area verde erano scadenti nella qualità costruttiva, come anche gli interni, di gusto tipicamente cinese e con materiali a fattura obsoleta. Lo spazio era al minimo essenziale, infatti, due veicoli medi in transito, in direzione opposta, ci sarebbero appena passati. Considerando che in futuro l’isoletta artificiale avrebbe fatto sbarcare migliaia di turisti dalle grandi navi da crociera, tutta questa massa di gente e di autobus ne avrebbe sicuramente intasato le vie interne… con grave disagio della popolazione che aveva pagato i prezzi più alti di tutta la nazione quegli appartamenti. Anche il ponte che portava fuori al centro cittadino era piuttosto sottodimensionato, stretto.>>

 Si trattava dell’ennesimo progetto grandioso affidato alla poca preparazione di giovani e non molto talentuosi ingegneri ed architetti del nord della Cina.

La temperatura stava salendo oltre i trentatré gradi. Il tassista doveva aver notato il nostro affiatamento sensuale poiché non aveva mai tentato di parlare con noi due più di una sola volta se non per chiederci l’esatto indirizzo stradale. Meglio così, pensai fra di me. Avevo desiderato, per parecchi mesi, di rivedere un così bello scenario naturale; se avessi parlato tutto il tempo, mi sarei perso molti dettagli. La baia stava quasi per finire in questa direzione sud e così anche la zona più intensamente abitata. Stavamo percorrendo la strada in cui avevo dimorato tanto tempo, precedentemente, che portava all’hotel, il quale era l’ultima costruzione di tutta la città, dopo di che, l’intero panorama tornava ad essere solo mare e boschi. Era quello il punto di massima bellezza: tutta una serie di alture incontaminate con picchi sotto i cento metri orlavano il posteriore della lunga via dinoccolata, che dall’altro lato, fiancheggiava il mare e la spiaggia. Quei rilievi erano di un verde intenso dovuto alla presenza omogenea di alberi di piccole dimensioni. Dal posto in cui mi trovavo al momento, si poteva vedere, fuori dal finestrino, il complesso dove stava l’appartamento che non avrei potuto abitare durante il mio incarico presso l’albergo. Laggiù, la presenza di cemento era ancora limitata, sebbene molti edifici nuovi stavano per essere costruiti. L’isola di Phoenix e l’imbocco del porto giacevano sulla destra. L’isola Est era a pochi chilometri più in giù. Vi erano molti yacht ed imbarcazioni militari sull’acqua verde-blu che si incrociavano a velocità sostenuta nello stretto, tra le due isolette ed il mio lato di strada. Le ripide colline si avvicendavano sul fianco interno diminuendo la loro già limitata altezza man mano che ci avvicinavamo all’area finale, laddove l’ultimo promontorio terminava sugli scogli e dove gli abitanti del posto avevano segnato sulla roccia, in rosso, l’estremo sud di tutta la loro nazione.

Stavamo entrambi ammirando qualcosa di molto pittoresco, esaltato da quei colori intensi tipici dell’ambiente tropicale. La strada era salita su di un costone roccioso a strapiombo sull’acqua scintillante. Le persone e le automobili che passavano di lì erano sempre meno. Non sapevo per quanto sarebbe ancora durato quello stato di natura ben conservata in tale zona limitrofa al centro urbano.

Bing Bing mi richiamò con un tono squillante ed eccitato mentre continuava ad accarezzarmi la mano: <<Guarda laggiù! Quanto è grande! Sembra un falco. Si avvicina a noi… cerca il cibo… i pesci nel mare.>>

<<Si, è molto grosso e bello. Qui ce ne sono molti. Parlando con la tua gente… sai, per caso, se i pesci presenti nel mare sono di meno di quanti ce ne erano anni fa? Ne avete ancora in grande quantità?>>

Lei ci pensò un attimo, continuando a puntare il suo sguardo in aria: <<L’acqua è più sporca di prima, però il pesce si trova ancora in quasi tutte le zone, compresa questa non lontana dal porto.>>

Eravamo ormai arrivati sul posto di lavoro, il nostro hotel prestigioso disperso nella boscaglia più remota. Gli ultimi chilometri di strada erano stati rapidi poiché non c’era traffico di nessun tipo. Era un deserto di scogliere e di dune selvagge affacciato sul mare aperto. Davanti a noi, c’era una piccola piazza per parcheggiare i mezzi, adornata da varie statue dai tratteggi antichi ed inquietanti. Molte vasche ed altrettanti bracieri con un fuoco perpetuo interno, che ondulava a seconda del vento, erano stati collocati attorno all’entrata dell’albergo: un elemento fortemente decorativo che annoveravo tra i miei preferiti; era bello vedere il fuoco e l’acqua tanto vicini. Notai subito le pareti di cinta molto presenti per tutto il perimetro del complesso turistico che segnavano il limite fra la natura incontaminata e lo spazio vitale umano. Una mezza dozzina di palazzi di mole maggiore sui quattro piani costituiva la parte dell’hotel più alta, appoggiata ai piedi delle piccole dune alberate, di circa cinquanta metri. Lo stile architettonico predominante era di tipo cinese antico con qualche elemento tropicale; quasi tutti gli alberghi di quella zona ne erano caratterizzati. I colori dei rivestimenti esterni di pietra erano: grigio, marrone e beige. Sembrava di stare in un’oasi, tutta tappezzata di alberi e piante tropicali, con una presenza intensa di acqua incanalata in ruscelli artificiali, piccole cascatelle e piscine di tutte le forme.

Dopo aver pagato il tassista ed aver recuperato il mio piccolo bagaglio, la mia dolce compagna mi fece strada verso i grandi cancelli in ferro che adornavano l’ingresso. Due giovani dipendenti ci stavano venendo incontro sorridenti, un ragazzo ed una bella ragazza formosa, nelle loro divise dal taglio raffinato e prevalentemente scure. Bing Bing fece capire loro di stare con un nuovo collega, e non con un cliente, cosicché, i due si girarono curiosi ad osservarmi e ci lasciarono libero il movimento, dopo aver salutato affettuosamente. Notai gli occhi della ragazza: molto più vivaci ed indagatori del mio aspetto esteriore, a confronto di quelli del suo collaboratore. Era una sensazione che mi capitava spesso di avere in Cina; alcune donne, educate in modo migliore, erano molto attratte da uomini di razza caucasica, soprattutto se questi ultimi sapevano vestire bene ed avevano una pelle molto chiara. Per mia fortuna, Bing Bing non se ne era accorta, infatti, sebbene molto gelosa, tra le sue caratteristiche non vi era quella di essere un’attenta scrutatrice.

Poiché l’entrata dell’albergo e la strada esterna erano in posizione rialzata, noi avevamo preso l’ascensore per scendere due livelli fino alla zona centrale degli uffici e dei negozi per i clienti, che erano ancora, per la metà, chiusi. Di sotto, nel vasto salone pieno di colorate ed eleganti poltrone ingombranti e paffute, ci sedemmo. Io stavo ammirando la grande apertura che dava sullo spazio esterno con le piscine che finivano addirittura a pochi metri dal mare! Era tutto molto bello e la presenza umana scarseggiava, non si vedeva quasi nessuno, tranne che due giovanissimi impiegati del bancone centrale dell’ufficio, come sempre qui, intenzionalmente assunti durante uno stage di preparazione al lavoro, e quindi pagati con un salario bassissimo.

Mentre la mia compagna telefonava per chiedere informazioni sulla mia sistemazione, io, finalmente, mi stavo lasciando, ancora una volta, rapire dalle cose belle che il mondo naturale offriva, a differenza di quello umano. Il cielo sgombro, senza nuvole, la luce così potente da far lacrimare gli occhi. Un lieve suono delle onde del mare che da qui distava solo pochi metri. La spiaggia era livellata, uniforme, chiara, delicatamente ondulata sui bordi, baciata dai flutti dell’acqua trasparente di tonalità azzurrina. Anche la struttura architettonica era stata ben costruita, nonostante l’uso di materiali di qualità scadente, come spesso si faceva lì. Il pavimento della hall attigua era tutto in legno e così anche le molte colonne che finivano sul soffitto intersecando le travi longitudinali. Si respirava un’aria di solitudine ma anche di serenità: era un piccolo paradiso isolato. Tutto era stato studiato per dare alla clientela un rilassamento completo, dalle attività che si potevano intraprendere, fino al campo visivo stesso che, appunto, assopiva i nostri sensi in quella moltitudine di colori delicati, e con la grande presenza di acqua, ovunque, e di alberi di palma da cocco. Qua e là erano sparse aiuole floreali con colori viola, rosso, arancio e bianco. Puntando gli occhi verso il fondo mi accorsi delle dimensioni di tutto il perimetro agibile che era cinto dalle mura e dal mare stesso. In totale, la lunghezza, fino all’estremo della costa opposta, era sugli 800 metri o poco più. La larghezza, dal mare fino alle pendici delle dune alberate, di mezzo chilometro scarso. Sembrava un fazzoletto triangolare adagiato ai piedi dei rilievi che flessuosamente finiva nel mare per il suo lato più lungo, diminuendo in altezza lungo un pendio suddiviso da opere interne di terrazzamento in due o tre livelli. Ero finito sicuramente in un posto di lavoro dal panorama mozzafiato, proprio come piaceva a me, e non si poteva dire nemmeno che l’hotel fosse piccolo o dotato di design poco attraente. Esso disponeva di almeno duecento camere e di un numero elevato di villette ad uso familiare. Queste erano poste nell’ultima landa, in fondo, per isolarle maggiormente dal viavai di altri ospiti o dipendenti.

Bing Bing mi stava facendo cenno, la sua telefonata era finita e si stava rialzando con un’espressione del viso frustrata e stanca: <<Qin ai de, fra poco verrà qui l’impiegata dell’ufficio di direzione, la signorina Lin. Oggi il general manager sta fuori, quindi, pensiamo a tutto noi. Io ho il giorno libero, ti farò vedere i locali di lavoro e di svago. Adesso, mangiamo il pollo che ho cucinato per te, l’ho messo in una piccola scatola di plastica, andiamo nella sala mensa di sotto, e poi torniamo qui in questa zona di attesa, sarà lei a scendere, non serve andare al suo ufficio. Domani, loro ti mostreranno il tuo posto di lavoro, con calma.>>

Io la stavo guardando divertito, lo sapevo che si era rattristita perché aveva molta fame ed avrebbe dovuto mangiare il pasto in pochi minuti contati: <<Bene, mia ciliegina in bianco! Agli ordini! Facciamo presto. Dopo parlato con Lin avremo tutto il tempo solo per noi.>>

Al piano inferiore la luce era sommessa, le pareti più nude e la temperatura più bassa perché si trattava, probabilmente, di un seminterrato. Era un’area dedicata ai dipendenti, almeno a prima vista. Mangiammo di fretta, ma il sapore della carne, cotta in padella e condita con oli e spezie tipiche della cucina cinese, aveva un buon sapore. 

<<Piccina mia, grazie. Sai cucinare davvero bene. Lo hai fatto per me. Grazie ancora.>>

<<Ti è piaciuto? Bene… adesso mi ha appena squillato il telefono… quindi, lei è arrivata. Trattala bene perché dovrai sempre servirti di lei, starete molto spesso nello stesso ufficio. Vieni.>>

Mentre stavamo risalendo a piedi le scale interne, io le chiesi, preso da una curiosità puerile: <<Che tipo è questa Lin? La conosci bene?>>

Lei, con voce più bassa e con un sorriso molto buffo sulla sua bocca, mi fece già capire, ancor prima di parlare, che la persona in questione aveva qualcosa di strano di cui preoccuparsi o di cui ridere fra colleghi. Mi disse: <<Noi ci incontriamo spesso sul lavoro, ma non è una vera amica. E’ una ragazza così così… tutti la prendono in giro. Bruttina, sempre seria, lenta, pedante. Però non è cattiva e sembra un tipo preciso.>>

Dopo questa descrizione mi sentii più tranquillo. Ero più a mio agio con persone disciplinate e ben educate che non con tipi dal carattere aggressivo od asociale. Tra i cinesi, conoscendoli bene ormai, sapevo che vi erano molte persone giovani sul modello di Lin. Erano in tanti ad avere un aspetto trascurato ed una maturità generale e sessuale, sviluppate molto in ritardo, rispetto ai giovani occidentali. Con un’approssimazione da me calcolata, vi erano circa dieci anni di differenza di maturità. Parecchie ragazze locali, poco prese dalla smania d’amore, oppure istruite in modo troppo lacunoso, puntavano tutte se stesse sul mondo del lavoro, spinte dall’idea molto orientale di dover accumulare più denaro possibile per cambiare la loro esistenza e quella dei loro vecchi familiari. Queste donne si sarebbero affannate come robot, per decenni, senza godere dell’età migliore, per poi capire, quando ormai troppo tardi, che i loro salari, crescendo molto più lentamente dei prezzi, non avrebbero consentito di comprare una casa decente e così di consolidare definitivamente la loro vita. Inoltre, poiché giunte ad un’età non più giovane, i loro uomini le avrebbero difficilmente scelte per costituire una famiglia. Per loro, l’età della donna doveva essere sotto i trenta. Spiegavo così, dentro di me, il perché incontravo frequentemente donne mature tristi, sole ed irascibili, od, all’opposto, ragazze belle, fredde ed insensibili alla bellezza della vita, solo intente a lavorare, senza pensare ad uomini, sport, cultura, viaggi o passatempi. Queste ultime, ancora non sapevano, che avrebbero perso tutte le cose più importanti, in seguito, forse senza nemmeno ottenere la ricchezza sperata o la casa in città, di cui sentivano bisogno assoluto.

Lin era vestita di blu e grigio, senza uniforme, con pantaloni lunghi molto casual e camicetta elegante. Era sul metro e sessanta, così rientrando perfettamente nella media nazionale. La sua testa appariva molto rotonda e grande, confronto al suo fisico piattino ed asciutto. Negli occhi si leggeva la noia. Comunque non mi dispiaceva. Ci aveva salutato, sembrando molto cordiale e sincera, con un modo che mi aveva fatto intendere le sue buone maniere. Nel guardarmi sul viso, le si accese un sorriso: forse non si aspettava un assistente del general manager così giovanile o di bell’aspetto. Dopo che ci eravamo seduti in tre su di una panchina interna di legno lucidato, Lin si rivolse direttamente a me: <<Per favore, una firma qui ed una qui. Queste sono le sue carte. Ho già detto prima, alla signorina qui presente, che i vertici dell’hotel sono fuori sede. Verranno domani o dopodomani. Lei, da domani, inizierà il lavoro, ma, non si preoccupi, può soltanto passare a vedere il suo ufficio, le spiegherò poche cose essenziali. Solo con il GM in persona potrà ricevere precise istruzioni da lui stesso.>>

Il modo di fare di Lin era molto cerimonioso, aveva preso i documenti dalle sue due cartelle in modo molto ordinato e lento. Sulla sua fronte dalla pelle chiara vi era una frangetta lunga, molto usata dalle giovani del posto, e che le dava un’aria più infantile. La sua età era, forse, sui venticinque anni.

Io le domandai: <<A quanto pare, non sapete con precisione quando ritornerà il GM. Vero?>>

<<Si, sto aspettando una sua telefonata. Non più tardi di dopodomani, sicuramente. Quindi, per venerdì al massimo. Adesso controllo il calendario, un attimo per favore.>>

<<No, no! Non serve, ho capito, può bastare. Bing Bing, da sola, è sufficiente ad aprire la casa a me riservata e darmi le chiavi? Non ci sono ulteriori formalità?>>

Lin, con viso molto serio, capendo la professionalità insita nella mia domanda, rispose con tono da insegnante: <<So quello che lei si aspetta, ma le stanno dando una sistemazione informale, provvisoria, quindi, per disposizione della direzione, non si farà caso ad ulteriori complicazioni. Non si preoccupi di queste piccole mancanze, dottore. La sua giovane e bella compagna conosce già tutto. Divertitevi per oggi! Mi raccomando solo ad una cosa: non date a vedere ai clienti gesti affettuosi. Loro dovranno sempre pensare che voi state insieme per attività lavorative, nonostante le passeggiate consentite anche vicino l’area piscine o sui prati adiacenti alle ville.>>

<<Bene, grazie. Mi sento davvero come se fossi a casa, adesso. Ce la siamo cavata con pochi minuti di istruzioni, cosa rara nel nostro ambiente, vero? >> Feci io, con tono ironico ed un sorriso affabile in mostra.

La ragazza, a scoppio ritardato, capì e mi restituì un gentile sorriso di risposta, una stretta di mano, e via, per la sua strada, come se avesse avuto una molla dietro; lasciò il posto in accelerazione, marciando come una soldatessa. Sapevo che Lin mi avrebbe aiutato nella mia mansione, senza grandi complicazioni, malgrado non fosse il mio tipo preferito di persona con cui passare il tempo.

<<Sembrava piena di impegni, vero?>> Dissi io, con tono in parte scherzoso.

<<Non si direbbe, però, qui siamo tutti molto occupati. Dovremmo essere molti di più e sai perché. Avendo aperto da poco tempo, la presenza di clienti è davvero minima. Il general manager non è molto contento.>>

<<Bing Bing, vedo l’orario di lavoro e la copia del contratto fra i miei fogli. Tu sai tutto per quanto riguarda la casa, vero?>>

Lei mi stava ammirando, più che guardando. Forse stava pensando a qualcosa di molto materiale ed affaticante… La conoscevo bene la mia ciliegina. Si distolse da quello sguardo intenso e mi rispose mentre faceva per rialzarsi dalla panchina: <<Ivan, non ti preoccupare con me. In questi giorni ho visto Lin parecchie volte. Mi ha riempito la testa dicendomi dei dettagli del tuo lavoro e della casa, per almeno due ore!>>

<<Anche io voglio alzarmi, è troppo bello qui! Facciamo una passeggiata in giro e fammi vedere i giardini e le ville, ok? Ah… dopo, vorrei anche, che tu mi parlassi un po’ di più della questione misteriosa, degli avvistamenti e del problema dei guardiani.>>

Lei, felice, mi diede un colpetto sulla nuca con la sua piccola mano: <<Andiamo, qin ai de. Vedi lì? Quella è la parte alta con gli edifici principali, sotto le colline. Adesso camminiamo lungo la spiaggia e ti faccio vedere le piscine più grandi. Alla fine del giro, arriveremo lassù e ci sederemo per vedere il panorama migliore.>>

<<E’ incredibile come l’amministrazione comunale abbia dato a questo hotel un posto tutto suo, così pieno di natura e tutto ben sigillato… sembra una base militare!>> Le dissi io con la voce forte ed eccitata.

<<Se non mi sbaglio, c’è davvero una base militare, con delle navi, proprio qui dietro, nella parte opposta del versante della piccola montagna.>>

<<Davvero?>> Feci in modo molto sorpreso.

<<Si, mi sembra che qualcuno me l’abbia detto i primi giorni di lavoro. Il proprietario del nostro albergo è un magnate cinese del nord. È ricchissimo e non l’ho mai visto di persona. Sicuramente ha conoscenze tra i politici locali, e pagando a destra e a manca, si è fatto dare il gruppo di colline sull’ultima landa di mare di tutta la città, come puoi ben vedere! In Cina si fa tutto con il denaro.>>

Io, questo, lo sapevo. Non vi erano altre plausibili spiegazioni. Stavamo intanto scendendo dei gradini di pietra color beige che portavano alle piscine centrali, connesse alla zona ristorante e barbecue. Sul fianco destro si intravedeva una specie di bar all’aperto con un colonnato molto imponente di granito e diversi specchi d’acqua, a fini decorativi, dotati di bracieri e fuochi perenni di grande effetto. <<Bing Bing?>>

<<Si?>>

<<Vorrei tanto abbracciarti, lo sai?>>

Lei sorrise: <<Anche io. Aspetta un pochino però.>>

<<Non c’è proprio nessuno qui! In tutto questo enorme spazio esterno, ho visto solo due camerieri ai bordi della piscina maggiore.>>

<<Siamo davvero isolati. La notte, io ritorno nei nostri alloggi in città, ma tu che rimani qui, non so… forse ti sentirai un po’ sperduto… io avrei paura.>>

<<Qualche volta dormirai con me, non tornerai, se no… sarò preso dal panico! Che ne dici?>>

<<Mi fai ridere adesso! Si, certo. Se potremo, dormiremo sempre assieme! Laggiù in fondo, ci sono le ville familiari per i clienti più esigenti. La tua casa sta in mezzo, tra la zona degli chalet e quella dei grandi palazzi dotati di camere, però, sul livello più alto, a confine con le pareti di recinzione.>>

Mi stavo già voltando per cercare con lo sguardo ed identificare la mia piccola dimora, ma non ci riuscii. Troppi alberi, ed il sistema di terrazzamento a gradoni murati che mi impedivano di scorgere ciò che mi interessava. Avevo capito il posto, comunque. <<Piccola, sarà ancora più lieto stare qui, senza troppa presenza di camerieri e clienti, almeno fino a quando la stagione turistica non sarà all’apice. Dimmi, quella roba attorno alla piscina più grande, è davvero sabbia?>>

Lei si girò di scatto: <<Si. È proprio sabbia. Hanno avuto l’idea di portarla qui per farne un contorno più naturale. Ti piace?>>

<<Molto. Bello. Sono due o tre piscine, tutte di diversa grandezza e forma, eleganti; quella spiaggia, appositamente costruita, è caratteristica. Aggiunge bellezza e comodità.>>

<<Non c’è nessuno, mi sento come se stessimo camminando dentro la nostra proprietà di lusso!>>

<<Un castello, si! Che sensazione… Avete anche delle amache appoggiate tra gli alberi per dondolarsi ed assopirsi. E quello cosa è? Una cabina di legno nero? Che oggetto strano…>>

<<Vieni!>> Bing Bing stava correndo, adesso, serena. La sua espressione felice dava gioia anche a me. Mi richiamò ancora: <<Vieni, qin ai de! E non dire “avete delle amache”, devi dire “abbiamo nel nostro hotel”! Tu sei uno dei più importanti impiegati qui! Sei il vice GM, o, comunque, il suo personale assistente, tutti ti rispetteranno, sai che i cinesi temono molto gli stranieri che vengono dai Paesi più progrediti!>>

Allungai il passo a mo’ di corsa e la raggiunsi sul pontile di legno vecchio stile che dava sul mare, come un ballatoio rialzato per l’osservazione. Con voce affaticata: <<Anche questa cosa di legno scuro è una buona idea. Molto romantico qui! Da lontano, non sembrava una terrazza con panchine. Ci affacciamo?>>

<<Mi piace qua. Si… romantico. Tanto tempo… da sola, sognavo di stare qui sopra con te. Adesso siamo insieme! Sono proprio felice! Mi hai abbandonata tanti mesi, questa volta! Prima, non ero contenta, per niente!>>

La sua semplicità… era così forte in lei! A volte, si esprimeva come fosse una bambina di cinque anni. Mi piaceva anche per questo motivo, perché era una donna tranquilla, buona, generosa, affettuosa, capace di sacrificarsi, ed ancor di più, di avere la necessaria pazienza per uno come me: esigente, agitato e qualche volta spietato. Il suo essere infantile era la sua innocenza, non dipendeva da uno sviluppo cerebrale scarso. Non era stupida. No. Semplicità e stupidità non sono la stessa cosa. Alle volte combaciano, ma non per lei. Bing Bing era capace di parlare pochissimo ed uscirsene solo con parole superflue per tanto tempo, ma, alle volte, mi stupiva la profondità di alcune sue osservazioni. Nel luogo in cui era originaria, avevo incontrato molte persone per nulla brillanti e con modi di fare simili a scimmie, ma non era il suo caso. La sua semplicità era solo il lato più in vista del suo essere una donna vera. Profondamente femminile. Forse io le piacevo perché incarnavo il suo opposto: nella totalità, maschile, sempre irrequieto, complicato, logico, pieno di attenzioni e di insegnamenti, paterno, protettivo verso di lei.

Ancora una volta, la sua voce allegra e morbida mi risuonava nelle orecchie distogliendomi dai pensieri: << La vedi la nave laggiù? E’ una nave passeggeri o cargo?>>

<<Sembra grande. Si vede in controluce, aspettiamo che venga più vicina. Comunque credo che sia un cargo. Adesso, ci sono ancora poche navi da crociera che approdano al porto principale.>>

<<Il vento è più forte. Mi metto uno scialle sul collo.>> Tirò fuori dalla borsetta un tessuto di color bianco e così completò in dettaglio l’opera di imbiancamento del suo corpo sinuoso.

Io le dissi, con un tono spazientito e poggiando i gomiti sulla balaustra di legno: << Io, invece, muoio di caldo. Ancora devo abituarmici. Ma è vero che alcuni guardiani sono già stati licenziati e che hanno visto dei bagliori notturni?>>

Bing Bing, alla mia domanda, si era fermata per un attimo. Si stava guardando attorno come se avesse avuto timore di farsi sentire. <<Ho un po’ paura di questa cosa… il giorno che è successo c’ero anche io, a parlare con i vigilanti coinvolti. Si, se non mi sbaglio, uno di loro è stato mandato via. Abbiamo trovato alcune lattine di birra nella sua stanza. Non è permesso bere alcolici al personale. Però… quando ha riferito i fatti, quel ragazzo non era ubriaco, si vedeva.>>

<<Quanti erano ad aver visto le luci lampeggianti di notte?>>

<<Erano… due. Questo qui ed il suo collega. Mi sembra di si. Appunto, erano insieme nello stesso punto, vicini al muro più alto: un indizio aggiuntivo, che fa capire che non stavano svolgendo bene il loro lavoro. Sai, Ivan, loro sono in pochi per tutto questo vasto terreno… dovrebbero camminare e controllare continuamente, ma non in coppia.>>

<<Certamente. Chiaro! Più vengono divisi e più grande ed efficace sarà la copertura sulla zona da sorvegliare.>>

<<Io credo a quello che hanno detto. Entrambi lo sostengono. Quando il ragazzo più giovane è stato cacciato via per colpa delle sue birre, ha urlato, è diventato nervoso. Quindi, forse, ha visto davvero i bagliori. Ci raccontavano che queste luci erano durate vari secondi e non sembravano naturali. Era un bagliore basso, appena sopra il terreno, e non del cielo, accompagnato, per giunta, da una scossa del terreno; quest’ultima l’abbiamo avvertita in molti! Era un fatto reale! Per questo ne ho paura adesso! Che cosa sarà stato? Ti ho già detto che non potevano essere temporali o terremoti. Ce ne siamo accertati!>>

La mia compagna aveva stravolto la sua espressione dolce e serena; adesso era davvero spaventata. Lei cambiava spesso di umore, in modo molto naturale. Io la guardai come un padre fa con i suoi figli ancora piccoli quando tenta di compatirli. Le posai una mano sul suo braccio e le dissi con voce tenera: <<Non è successo niente. Quale pericolo incombe? Nessuno, no? Ho visto alcuni documentari, non sempre si generano lampi a causa di nuvole o temporali. I fenomeni elettrici sono insiti nella materia. In posti di mare come questo potrebbero capitare anche fulmini con cielo sereno!>>

Mi guardò con due occhi da bambina e sembrò riprendersi: <<Davvero? Però loro dicono che le luci erano molto in basso. Uno dei due è andato oltre il muro, c’è una porta nella zona più alta, dietro il primo dei palazzi, dove stanno i magazzini. Ha fatto una passeggiata di perlustrazione in mezzo a quegli alberi lassù ed ha trovato un piccolo animale con la testa mozzata e tanto sangue.>>

La controbattei istantaneamente per cercare di sminuire il problema: <<Non mi dire che vi ha riportato la carcassa dell’animale morto… vero? Lo avete visto oppure no?>>

<<No. Solo le sue parole.>>

<<Quindi, ciliegina mia, non dovete credergli tanto. Bevevano, erano giovani e mal pagati. Sappiamo che l’educazione di molte persone, che fanno qui questi lavori, è quasi nulla. Avranno voluto architettare uno scherzo… sentirsi importanti per via di questo strano racconto. A cosa pensi adesso, a mostri che squarciano le bestie senza mangiarsele?>>

<<No. Però, ti dico, che una mia collega, proprio qui vicino, dietro una villetta con giardino, ha trovato, ieri, un falco senza un’ala. Morto, abbattuto a terra. E non si sa dove sia finita la sua ala!>>

Con tono incredulo e scosso risposi: <<Oddio! Allora esiste un mostro volante che stacca i pezzi o le teste degli animali che incontra? Inizio a sentirmi in dubbio anche io. Non saprei cosa pensare al momento…>>

<<Qin ai de, ho paura. Forse c’è un animale molto forte e molto grande. Come un leopardo… Ma in quest’isola, non esistono più animali così feroci. Mai sentito nessuno sostenerlo, mai!>>

<<Anche io, non credo che esistano felini grossi ad Hainan. Il falco senza un’ala: deve essere stato un altro volatile a colpirlo. Molto strano. Che animale era quello trovato nel boschetto senza la testa?>>

<<Non mi ricordo, forse un cinghiale od un gatto.>>

<<Però… che cosa surreale. Come mi piacerebbe vedere con i miei occhi quegli animali morti!>>

Lei mi trascinò via verso il sentiero di mattonelle che portava oltre le piscine. La seguii continuando a riflettere ed a parlare, entrambi lo facemmo con tono più distaccato e mite, stavolta.

Bing Bing continuando: <<Le carcasse le avranno senza dubbio buttate. Figurati, se qui conservano qualcosa! Se tutto fosse vero e se si trattasse di un animale feroce, potrebbe anche entrare ed uccidere qualcuno di noi! >>

<<Dai, su! Non lo puoi dire. Non sappiamo niente. Potrebbe essere un caso eccezionale che qualcosa, accidentalmente, abbia tagliato quella testa o quell’ala in modo netto. Una trappola messa da qualcuno. Uno sparo di arma che casualmente recida tutta l’ala.>>

<<Anche, si. Tutto può essere. Però molte cose sono successe in soli due o tre giorni, e nello stesso posto.>>

<<Già… non si può negare. Interessante. Staremo attenti durante la notte ed impedirò a chiunque di andare fuori dalle pareti di cinta.>> Dissi io, carico di pensieri oscuri.

<<Non voglio che ti ritrovi in pericolo! Devi stare attento. Se ci sarà permesso di stare insieme in casa, qualche volta farò due passi e ti verrò a trovare durante i tuoi turni di supervisione dei guardiani.>>

Stavamo procedendo con maggiore lentezza, dovuta in parte alla lunga strada, lievemente in salita ed a causa delle nostre affollate menti, pervase dal mistero. Per cinque minuti non ci dicemmo nulla. Un po’ di brezza marina, finalmente, mi fece sentire rinfrescato. Una serie di sedie di legno per prendere il sole era disposta sulla nostra destra, vicino alla spiaggia, sopra ad un manto erboso. A sinistra, gli alberi tropicali si facevano più fitti, mentre stavamo passando l’ultima piscina, forse, dedicata ai bambini. Era molto bella, tutta di pietra scura, con bassorilievi di tipo antico, africani, ed un livello dell’acqua basso ed uniforme. Alcune ville di tipo familiare, con le loro mura grigie e marroni e col tetto spiovente, giacevano davanti a noi, sistemate sopra al primo livello di elevazione, che comprendeva anche spiazzi di erba pareggiata, lasciati vuoti o riempiti con filari di alberi sempreverdi, invece che di palme.

Chi potrebbe essere? Qualcuno armato? Un animale raro? Continuavo a chiedermi dentro di me. Le belle e lunghe gambe della mia dolce metà mi fecero passare l’inquietudine mentale, per farmene prendere, invece, una di tipo più fisico. Si stava sistemando una scarpa dal tacco alto. Era tutta curva, con la testa in basso. Davanti a me vedevo quelle due gambe molto tornite con coscia alta e robusta che portava alle caviglie sottili in modo molto armonioso e graduale. Il suo piede era piccolo e snello, tipico della sua razza. Avrei voluto toccarla ma sarebbe stata una cosa poco adatta al luogo, tanto più che adesso, stavano uscendo, da uno dei cancelli della villa antistante, una coppia di signori sui cinquant’anni, cinesi, molto rigidi e poco sorridenti. Questi fecero finta di non vederci. Io decisi di portare pazienza.

Quando riprendemmo a camminare, mi rivolsi a lei con un gesto veloce del braccio, indicando lontano: <<Laggiù, in fondo, c’è un altro terrazzo di legno sul mare, e quelle ville sul promontorio finale… sono in posizione rialzata sopra un muro enorme! Da quel punto devono avere proprio una bella vista! Vorrei abitarci io, là dentro… chi sta lì, può vedere il mare a pochi metri e sentirsi il bosco sopra il tetto, sul retro. Con quel possente muro… devono sentirsi come dentro una fortezza medievale!>>

Sulle labbra di Bing Bing tornò il sorriso: <<E’ vero… qualche volta passo di qua e ci penso. Un giorno, noi due compreremo una casa con questa posizione, va bene?>>

<<Si, speriamo!>>

<<Ah, quanto mi piacerebbe, qin ai de! Il grande muro che sostiene quelle piccole ville finisce sullo scoglio che fa parte delle pendici della duna. Vedi laggiù? Tante piante, arbusti e piccoli alberi ci sono cresciuti sopra. Sembra che si stiano mangiando la costruzione stessa! Mi fa impressione! Vivere là dentro mi farebbe sentire in pericolo, o forse, all’opposto, protetta da ciò che sta fuori.>>

Io la stavo fissando stupito, rapito dai miei soliti pensieri. Questa sua affermazione mi colpì molto. Anche lei percepiva la mia stessa sensazione! Pensai fra di me, senza pronunciare parola.

Continuammo la passeggiata con tanta curiosità e rilassatezza. Al momento, il piccolo problema, trattato in precedenza, era in fase di svanimento. Per quasi trenta minuti, salimmo le molte scale ed i vialetti costruiti in pietra che costituivano un labirinto intricato fra le molte piccole costruzioni sparpagliate che gradualmente si arrampicavano verso i primi pendii delle colline. Mi sentivo molto bene, nonostante il sonno, dovuto al viaggio in aereo. Non vedevo l’ora di abbracciare liberamente la mia compagna. Arrivati in cima, nella zona degli edifici maggiori, il giro era completato. Ci eravamo iniziati a lamentare della nostra stanchezza fisica già da metà salita.

Bing Bing mi disse, con voce tonante: <<Attento, sta passando un’auto elettrica!>> Mi spinse da parte, con un modo di fare apprensivo ma leggero.

Io, avvicinandomi ad una specie di piccolo balcone affacciato sui livelli più bassi, mi allontanavo da quella stradina interna, e le rispondevo un po’ intontito: <<Finalmente si è visto qualcuno! Quello era un cart da golf! Simpatico mezzo, adatto ad un albergo così grande ed isolato nella natura. Per poco, e ci avrebbe preso sulle gambe! Queste vie sono troppo strette!>>

Lei, ridendo: <<Si, quassù passano spesso. La vedi quella costruzione color beige, squadrata, con il portone aperto, tipo autorimessa?>>

<<Si. Mettono lì queste auto da servizio interno?>>

<<Esatto, qin ai de! E la vedi, poco più in basso, quella torre piccolina in pietra viva, accanto all’autorimessa?>>

<<Aspetta. Ho capito! Sarà il posto dove dormirò per i primi giorni di lavoro?>> Le chiesi io con un fremito di euforia.

<<Si, proprio la tua casa. E’ carina, ma non molto adatta a viverci per lungo tempo. Fra poco ci entreremo. Ho tutto il necessario con me. Adesso, volevo solo farti sedere dieci minuti per riposare e godere del panorama più bello di tutto l’hotel! Questa terrazza, dove siamo ora, ha le panchine per un motivo preciso: tornando qui, di sera tarda, vedrai che meraviglia di tramonto! E’ il posto più in alto, che guarda, sulla destra, alle montagne distanti, e dirimpetto, al centro di questo enorme complesso, terrazzamenti, giardini… tutto!>>

<<Adesso è ancora presto, però riesco ad immaginarmelo. Un giorno di questi ci ritorneremo, oppure stasera. >>

Mi stavo sporgendo, ammirando gli alberi tropicali dal fusto molto spesso che stavano proprio sotto di noi. C’erano parecchi rampicanti simili a funi che si attorcigliavano attorno ad essi. Non sono mai stato un esperto di botanica, però ero molto attratto dalle cose belle, e tra queste, le piante. Lei, intanto, si mise davanti a me, interponendosi tra il mio corpo ed il muretto del balcone. Ci guardammo in modo dolce, girando entrambi la testa per scrutare eventuali estranei in avvicinamento. Era tutto un sogno. Silenzio assoluto. Si poteva udire soltanto un leggero suono di cicale distanti. Il poco vento bastava appena per accarezzarci il viso, quel tanto che permetteva alla nostra pelle di sentirne la presenza. Il calore pomeridiano di quel luogo era davvero ottenebrante, tuttavia, il corpo di lei, che stavo già tenacemente stringendo, lo vinceva. Tutta la luce del cielo s’era dispersa dentro i miei occhi, ingoiata dal potente spirito che tutto divorava: il mio anelito d’amore. Mi ero avvinghiato a lei come il telaio di un gioiello incastona la sua perla bianca. Mi sentivo parte del suo corpo flessuoso. Percepivo le mie braccia come se sprofondassero all’interno del suo sottile ventre: diventando di fuoco… circolando nel suo sangue. Lei mi guardò chiudendo lentamente gli occhi ed emettendo un rantolo troncato. Io le risposi con un altro suono gutturale aumentando la forza della stretta sulle braccia. Ogni energia rinchiusa al mio interno, violenta, scalpitante per uscirne, fu placata dal bacio che le posai sul collo. Esso durò per più di un minuto. Non volevo più staccarmi dalla sua pelle.

Per fortuna non ci vide nessuno. In futuro, sapevo che avrei dovuto evitare simili esternazioni all’aperto, pena il licenziamento. La mia qualifica di lavoro era fra le più alte, ero stato scelto grazie alle mie passate esperienze in alberghi di città cinesi più grandi ed al mio ottimo livello di educazione scolastica. Era arrivato il momento, per la mia compagna, di mostrarmi dove avrei passato i miei giorni in quel misterioso ed isolato paradiso tropicale.

Con un fare veloce, presi dalla curiosità e dalla voglia di riposare le membra, stavamo scendendo di nuovo un pezzo della stradina fatta in precedenza. Tornando indietro di pochi metri, osservando da vicino la rimessa dei mezzi, che fungeva anche da magazzino per gli addetti ai giardini ed alle camere, stavamo prestando molta attenzione ad eventuali veicoli di passaggio. Su quel livello più alto la vegetazione era ben fitta, tanto che, l’ombra generata dagli alberi dava la sensazione di essere già in orario serale.

Bing Bing mi descriveva approssimativamente, come sempre fa lei, tutti i posti incontrati. Io avrei voluto conoscere per filo e per segno ogni ambiente, ma sapevo che lei era fatta così. Mi sarei preso più tempo, per capire da solo tutto il necessario. Il general manager stesso, mi avrebbe portato con sé in giro, per i primi giorni, a scopo formativo, sempre se si fosse trattato di una persona affabile e gentile. Io me lo auguravo con tutto il cuore, perché, in ambiente di lavoro, la cosa più importante, è proprio evitare problemi con gli altri ed avere colleghi rispettosi e socievoli.

Davanti alla piccola, sottile, alta costruzione, simile ad una torre squadrata, Bing Bing si fermò per prendere un mazzo di chiavi dalla sua borsa bianca. Eravamo sul bordo di tutto il complesso alberghiero, dove passava la parete massiccia che ci chiudeva dentro e ci proteggeva dal pericolo d’intrusi. Stavo osservando con attenzione, in silenzio: sul lato esterno della casina si appoggiava una piccola cabina, forse adibita a ripostiglio o contenente macchinari. Attorno, lungo le mura esterne vi era uno stretto cordolo di terra riempito da tante folte piante succulente e tropicali che a me piacevano molto. Queste erano cresciute bene, robuste, e si erano adagiate con forza sulla costruzione, sembravano addirittura una decorazione architettonica, compatta e dalle sfumature verdi e violacee, quasi come un sigillo di enormi dimensioni. Stranamente, la torre aveva ricevuto lo stesso trattamento estetico delle ville a cui era affiancata, che erano riservate ai clienti più facoltosi.

Lei mi stava chiamando con un tono vigoroso: <<Vieni, entriamo. Il mazzo di chiavi lo lascio a te e lo poso sul tavolino. Vedi? Sono tre piani, ma solo due interni, il più alto è una terrazza da belvedere. E’ piccolo in larghezza… però mi sembra molto carino, ed è tutto nuovo ed abbastanza pulito.>>

<<Lo vedo, si. Mi piace la forma stretta ed alta di questa casa. Il singolo piano dovrebbe essere sui quindici metri scarsi, vero?>>

<<Non lo so, lo puoi misurare con la lunghezza delle mattonelle.>>

Io, non persi tempo, volevo sempre sapere avidamente tutte le dimensioni di tutti gli appartamenti che visitavo: <<Si, proprio così, non mi ero sbagliato!>>

<<Il pavimento è grazioso, vedi? Tutto sul giallo ocra, lucido. Le pareti lasciano a desiderare, sono nude… in bianco. Questo edificio è stato concepito per fare da dimora notturna ai guardiani. Solo per te, si concede ad uso permanente e singolo. Ma nessuno lo sa. Ad eccezione della direzione. Se non sbaglio, ce ne sono altri due come questo, in tutto il complesso, ma non così centrali e ben rifiniti.>> Disse lei, sedendosi sul letto che stava davanti a noi, sul fondo.

<<Vedo che sei stanca.>> Le sorrisi affettuosamente rimanendo in piedi: <<Dunque: abbiamo 15 metri quadrati a piano… mi piace. È nuovo e pulito… semplice ed umile, però possiede una forma che mi fa sentire come se fossi dentro una torre medievale con un incarico di difesa: una sentinella! Questo piano è solo una camera da letto con tavolo in funzione soggiorno. Lì, a destra, ci sono il bagno e le scale per salire.>>

Lei mi disse con voce un po’ afona, dovuto al fatto che si era distesa un attimo col viso sul letto: <<Qin ai de, sali su, vai a vedere. Io ci sono già stata. Non c’è quasi nessun arredamento, è simile a qui sotto, però, il bagno lo hanno adibito a cucina. Hanno messo alcuni fornelli nuovi. Vai e poi dimmi.>>

<<Va bene! Torno tra due minuti.>>

Il piano superiore era semi spoglio, come lei aveva detto. Le macchine per la cucina non erano male, ma c’era solo lo stretto necessario. Salendo ancora le scale a chiocciola, avevo aperto una piccola porticina di alluminio che dava sulla terrazza. Si vedeva tutto attorno e da un punto più elevato, se confrontato agli altri edifici dell’hotel. La mia piccola torre! Sarebbe stata un romantico rifugio, senza lusso, ma con un panorama grandioso.

Quando tornai di sotto, lei si stava togliendo il vestito. Le dissi: <<Tutto bene. Bello qui. Poi sistemerò un po’ meglio. Adesso ci riposiamo e mi faccio una doccia, va bene?>>

<<Mi lavo prima io. Voglio tanto stare con te, qin ai de! Da così lungo tempo!>> Mi aveva parlato con l’espressione stanca ma maliziosa. Aveva un sorriso furbo da bambinetta. Io, al momento, condividevo i suoi stessi pensieri, eppure avrei dovuto provare a dormire, anche se non lo facevo quasi mai il pomeriggio.

Una volta seduto dietro di lei, dopo tanti mesi, rividi la bellezza di un corpo femminile ben modellato da madre natura: i suoi piedi, perfetti, sottili e non troppo lunghi, le gambe tornite, dritte, inconfondibili per me, la parte che la faceva spiccare in mezzo alle sue simili… i glutei, molto più rotondi e voluminosi di quelli delle altre donne cinesi. Questo elemento fisico era il mio preferito ed uno di quelli per cui la scelsi ad essere la mia partner. Le ragazze del suo luogo, nella grande maggioranza, non avevano un bel posteriore, né rotondo, né alto. Era sicuramente la loro lacuna fisica maggiore. Questo le rendeva piatte e meno piacevoli al tatto dell’uomo nei momenti più importanti. Bing Bing era anche dotata di un ventre tra i più armoniosi che abbia mai visto: la vita abbastanza fina, l’addome piatto dalla pelle vellutata che portava ad un seno piccolo ma bello. Aveva le spalle un po’ larghe, le braccia tornite, come le gambe, robuste, ma non molto grandi all’apparenza. Sebbene il viso non fosse di grande bellezza, infatti, ne costituiva il suo punto debole, la bocca carnosa e gli occhi docili mi facevano sentire sempre a mio agio. Io e lei eravamo entrambi profondamente fisionomisti, ovvero, capaci di riconoscere i tratti di un individuo, visto solo una volta, anche dopo tanto tempo. Stavamo bene in coppia, non solo per via dei nostri due opposti e complementari caratteri, ma anche perché eravamo molto inclini a spargere energie in camera da letto.

Mentre lei si lavava e così sperimentava il mio nuovo bagno, io ero andato ad aprire la porta di vetro del vano doccia per continuare ad ammirarla. Mi piaceva molto fare dispetti, soprattutto a lei. Mi guardò sorpresa e rise mormorando qualcosa. Nonostante il nostro grande sex appeal, la mia compagna, se presa alla sprovvista, subiva sempre una specie di défaillance pudica. Io le mollai un pizzico sul sedere che la fece scattare dalla parte opposta. Non voleva farmi vedere la parte anteriore. Queste donne! Mi misi a ridere, con trasporto. Ci guardavamo di taglio, con ritegno.

Mi disse, un po’ sbraitando istericamente: <<Ni hen huai!>> Che nella sua lingua significa sei molto cattivo. Io, a mia volta, cambiando argomento per farla sentire di nuovo tranquilla: <<Hai notato che stile minimalista, quasi giapponese, che ha il letto? Mi sembra bello. E’ sufficientemente morbido.>>

Lei rispose: <<Lo devono aver preso tra le rimanenze dell’hotel. Molte camere hanno lo stesso tipo di letto. Piace anche a me. Tu dormirai addosso al muro ed io sul lato aperto!>>

<<Si signora!>>

<<Adesso chiudi la porta. Ti dispiace?>>

<<Si, mi dispiace.>>

Lei stava allungando il braccio per chiudere, ma le impedii il movimento e dissi a voce bassa: <<No, no!>>

Un urlo disperato dalla sua bocca: <<Ah! Chiudi!>>

Mi fece sghignazzare ancora di più. Era così simpatica… arrabbiata e violenta! Feci un passo indietro e tornai sul letto stile orientale, lasciandole la sospirata libertà.

Le donne sono qualcosa di molto importante. Certo, non si può dire che uomini o donne possano esistere gli uni senza le altre. La loro complementarità li rende necessari per fare le tante cose che la natura impone. Anche tra omosessuali, credo, debba esistere una certa complementarità, il primo deve sempre colmare le lacune del secondo. Nonostante questi ultimi lo facciano soprattutto in senso fisico, senza poter procreare, sicuramente, tenteranno di colmarsi anche in modo più spirituale, tramite il carattere. Non credo che esista qualcosa di più bello, a questo mondo, della donna! Nulla mi ha mai dato più piacere, se non toccare, parlare, con una persona di sesso opposto. Vincite di denaro, trofei sportivi, superamento di concorsi per ottimi impieghi o potere sociale non danno altrettanto, quanto avere una donna che si ammiri profondamente. Chi la pensa diversamente è perché non ha mai saputo sfruttare a fondo il piacere di possedere una donna. O forse, non ne ha incontrato una vera, bensì una creatura eccessivamente simile all’uomo, o troppo carente in altri sensi… come spesso può accadere.

Mi ritornò alla mente il mio sfortunato amico che avevo lasciato appena due giorni prima. In una coppia come la sua, il vero uomo era lei. Pazienza… almeno, gli auguravo che fossero stati complementari.

Stavo pensando, sempre più trascinato dall’argomento, a quanto fosse potente l’essere femminile. Forse, più forte dell’uomo, dal punto di vista materiale e non. E’ stato, in qualche modo, accertato scientificamente, che la donna ha un cervello che sviluppa pensieri meno profondi e logici di quelli del suo compagno, infatti, è meno capace di analisi e sintesi dei fenomeni. La complementarità tra i due sessi si ritrova anche in questo: quello che l’uomo fa meglio, intellettivamente, nella donna è ad un livello inferiore, e viceversa. In definitiva, questa elementarità femminile la rende meno vulnerabile. Gli esseri molto razionali e sensibili soffrono di più perché si sentono minacciati da cose negative che possono avvertire di più degli altri. L’angoscia nel pensare a certe problematiche li porta ad essere asociali e tristi. Chi vede le cose solo nel loro lato pratico ed essenziale, senza carpirne la metafisica, vive ed opera in modo più proficuo, evitando spreco di energie. A volte, le persone molto sensibili si fermano; in qualche circostanza, per sempre. È così che, generalmente, la donna sente meno avversità nella vita, fermandosi sulla superficie dei fenomeni, in modo maggiore rispetto all’uomo. Si nota una certa affinità, in tal senso, addirittura nelle macchine: sono sempre quelle più sofisticate a rompersi prima sebbene raggiungano funzionalità superiori. Anche dal punto di vista fisico la possibilità femminile è maggiore: vive un’età media di circa un decennio di più del maschio. La donna riesce a subire traumi enormi, come quello di partorire un essere di svariati chili di peso che fa passare per i suoi minuti orifizi. La sua flessibilità interna le permette una cosa così dolorosa, compreso il movimento dei genitali maschili nei momenti di più intensa sessualità. Questa creatura così stupefacente, a livello d’istinto naturale, si sente tanto più soddisfatta fisicamente quanto più è la forza o la durata di queste azioni virili sul suo corpo. Ciò fa comprendere la sua intrinseca potenza. La violenza bruta è parte di essa, che subisce e di cui ha bisogno! L’uomo è il generatore dell’aggressività in tutti i sensi, ma non è adatto a sopportarla, per molteplici ragioni. Quando ero bambino mi ricordo un mucchio di gente dire che le donne sono più deboli: nulla di più errato. La forza muscolare è soltanto un aspetto molto parziale della nostra potenza complessiva, quali esseri pensanti. Probabilmente, anche se non ne sono così sicuro, l’essere femminile, durante la sua vita, è più incline a sacrificarsi per allevare la prole o per conservare il suo partner anche perché è dotata di questa grande resistenza, e la sente come parte della sua fisicità, pur ammesso, che non lo sappia nemmeno. Dunque… uomo: elemento raziocinante ed aggressivo; donna: elemento resistente e procreatore.

Nonostante la mia sonnolenza, stavo spremendo le meningi, come sempre facevo. Davanti i miei occhi vidi l’espressione esterrefatta di Bing Bing che stava tentando di farmi ascoltare il suo richiamo. Con la voce decisa, ma flebile, mi disse: <<Che cosa stai pensando? Non mi vedi nemmeno? Io ho bisogno del tuo abbraccio. Stringimi forte!>>

Dimenticando tutto e rispondendole teneramente: <<Come sei bella e profumata! Vieni qui. Abbiamo tanto bisogno, è vero?>> E risi in modo timido. Lei invece diventò più seria, si concentrò in quel momento speciale di cui avvertiva grande necessità. Stavamo sprofondando nella nostra intimità, nel nostro mondo del piacere. Per alcune ore, tutto l’universo si sarebbe ridotto a lei ed io soltanto, nulla di più.

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