Capitolo 2 – Namibia: autoblindo e bastonate ad Otavi, amanti africane e facoceri furibondi a Mpungu

Il mattino seguente il gruppo era più riposato del giorno prima ed aveva fatto una colazione molto sostanziosa. I giovani avevano deciso di visitare il centro della città per poi partire di pomeriggio in direzione Nord. Questa, però, non fu una decisione felice.

Si presentarono tutti e quattro con la loro testuggine gigante muniti di zainetti davanti al lungo mezzo equipaggiato con pneumatici da fuoristrada. Sembravano una squadra speciale di elfi dei boschi per via dei loro leggeri indumenti da safari e degli stivaletti, tutti verdi, quasi della stessa tonalità del Duca. L’unica eccezione fu Emma, che si era vestita di color sabbia con un cappello rotondo a falda larga, come un ufficiale coloniale del secolo passato.

Mentre passavano in mezzo ad una stradina pedonale piena di negozi, proprio l’elvetica venne scippata del suo zaino da un alto e velocissimo ragazzo africano. Non se ne erano accorti, se non fosse stato per le urla di avvertimento di una commessa che lavorava in zona. In meno di cinque secondi, Emma tirò fuori una pistola a canna corta e si girò di scatto, colpendo il sedere del nero di pallini metallici (che facevano male a breve distanza). Piero non vide l’ora di sparare anche lui con un mitragliatore a motore elettrico che poteva davvero danneggiare qualsiasi cosa. Pieno di dolore, il ladro si arrese con le braccia e le mani che tentavano di coprire il suo corpo magrolino. Fu legato ad una fontana e vennero chiamati due poliziotti che stavano nelle vicinanze. I ragazzi, per evitare di perdere tempo con altri indigeni, decisero di superare le barriere ‘culturali’, fuggendo di corsa sul fuoristrada prima che la polizia venisse a contatto con loro. Finirono il tour della capitale molto delusi di non aver visto quasi niente, tranne che un Parlamento più piccolo della villa del ricco zio, un treno corazzato usato dalle truppe europee cento anni prima (che sembrava quello della Lego), ed alcune casette coloniali tipo ‘bavarese’ di scarso valore architettonico.

Dopo pranzo partirono con la testuggine nel retro della Defender: alla guida il tedesco e la severa donnona sedutagli accanto. Nella roulotte, pieni di comfort ed assorti sui loro computer e macchine varie, gli altri due della comitiva. Il tempo era davvero bello, con una temperatura perfetta ed un vento leggero. Le nuvole in cielo erano rade e molto rotondeggianti, che parevano quasi dei bei sederi di atlete, mentre un gruppo di grosse cornacchie passò minaccioso sopra di loro per insozzare il verde cofano. La strada si fece subito deserta appena usciti dal centro, e, di fianco, il paesaggio andava diradando le sue piccole e rinsecchite piante verso l’orizzonte. Era tutto una tavola arida, ed il silenzio fu interrotto soltanto dallo squartamento di alcune lucertolone che infelicemente capitavano sotto le ruote tacchettate del loro grosso mezzo. Quando una potente ventosità intestinale della bestia dietro di loro si aggiunse al concerto, Emma sentì la necessità di rivolgere la parola a quel taciturno bambinone di Gunter: <<Che strano quell’animale di Zachary! Non trovi?>>

<<Bella bestia. Alterna momenti di stasi assoluta con corse e movimenti tipici di un mammifero.>> Disse lui senza distogliere lo sguardo dalla strada.

<<Si, e con schifose emissioni di gas e di feci! Apro di più i finestrini.>> Lei si chinò un po’ e si affacciò con l’espressione nauseata. Poi, riprese a parlare, mentre si riannodava il suo ascott bianco sopra il petto: <<Ma sarà vero che Zachary ha comprato il Duca in Danimarca?>>

Gunter tardò nella risposta: <<Mi sembra una stupidaggine: una testuggine d’origine africana, di nazionalità danese e con proprietario britannico!>>

<<Fa ridere, nemmeno il più ubriaco degli autori letterari potrebbe nemmeno osare inventare una cosa del genere! E poi…>>

<<E poi? Cosa?>> Domandò lui girandosi verso Emma con curiosità.

<<E poi… la Danimarca… non ci sono mai stata lassù. E’ uno Stato di cui non si parla mai. Non succede mai niente lì. Dicono che siano i più razzisti d’Europa e che le donne siano incapaci di amare e di restare fedeli in matrimonio. Inoltre, la Danimarca non è mai stata famosa nella storia per grandi invenzioni o per importanti avvenimenti. Mi è sempre sembrata una terra di contadini d’origine tedesca e niente di più.>>

<<Ah ah ah! Forse è proprio così! Anche io non ho mai avuto l’interesse di visitarla! Forse non ci siamo persi nulla.>> Continuò ridendo con la bocca aperta ed il tono vigoroso. Dopo un breve intervallo, le disse pacatamente: <<Che lavoro fai tu? Non mi pare di avertelo mai domandato.>>

<<Sono arpista ed anche insegnante part-time.>>

<<Bene, si vede che sei una donna colta! Entrambi ci occupiamo di musica, sai?>>

Emma lo guardò trucemente: <<Perché, tu cosa fai?>>

Lui rispose fiero e semplicemente: <<Faccio il deejay in alcuni locali, ma la mia grande passione, lo sai, è la magia antica.>>

L’elvetica, che era sempre stata una studentessa modello, ma aveva faticato a trovare un lavoro part-time non ben retribuito, aveva già il sangue bollente nel momento in cui il suo amico aveva pronunciato la parola dee… infatti, non sopportava per niente quelle forme di ‘arti’ tecnologiche prive di solide basi culturali. Inoltre, il suo interlocutore era colpevole di una aggravante: l’aver ‘comparato’ le due occupazioni musicali! Infine, lei sapeva anche che il tedesco era benestante di famiglia, e che collezionava costose motociclette americane con le quali cercava di superare in ‘apparenza’ le sue fattezze rotonde e tarchiate. Ciò era troppo!

Emma con un leggero velo di veleno affermò: <<Deejay… quel mestiere in cui si usano due giradischi per rendere della musica ancora più sgraziata. Siete quelli che fanno musica senza sapere niente delle note, vero? Mettete anche i crauti e qualche salsina sui dischi per creare effetti più ‘artistici’? Siete i cretini della stupida era contemporanea che hanno contribuito a sopprimere definitivamente professioni serie e davvero artistiche come la mia!>>

L’amico alla guida fu intimamente colpito dalla drasticità della rabbia femminile in lei. Come sempre, non osò controbattere, anche perché era appena iniziata l’attesa avventura. Si limitò a dirle: <<Forse, in futuro, faremmo meglio ad evitare tale argomento. Io sono abbastanza anarchico, me ne infischio di qualsiasi teoria o critica. Se tu vuoi fare l’arpista, mi fa piacere per te.>>

Improvvisamente, un paio di facoceri attraversarono la strada, obbligando ad una brusca frenata. Le ruote emisero un acuto sibilo. I due sentirono un pesante fardello colpire il retro dei loro sedili imbottiti e sapevano già chi fosse stato. La bestia, che era stata tranquilla, si rianimò inaspettatamente, tanto che dovettero chiamare il proprietario dalla roulotte per farla calmare. Alcune palline molli di sterco verde rotolarono da dietro fino a colpire gli stivaletti da sabbia dei due malcapitati alla guida.

Gunter, totalmente indifferente a tutto, riprese: <<Vedi Emma, mio zio me lo aveva detto: ci sono tantissimi facoceri che corrono per le strade di questo Paese, e dobbiamo stare attenti ad evitarli.>>

<<Quando il proprietario del dinosauro danese avrà ripulito tutto, ripartiremo presto, ok?>> Disse lei intenzionalmente con voce forte, per farsi sentire da Zachary, intento a fermare l’animale che stava grattando tutti i sedili.

<<Certo cara!>> E ripresero il viaggio. Passata una tranquilla mezzora, lui riaprì il dialogo: <<Come avevamo stabilito, passeremo solo per villaggi e piccole città. Eviteremo i centri maggiori, tranne che in caso di necessità.>>

Emma, con un dolce sorriso, quasi artificiale, lo guardò: <<Si, certo. Con la gara al bersaglio vivente che dovremo svolgere siamo costretti ad agire in zone con scarsa densità abitativa, anche per motivi di sicurezza.>> La sua lunga mano pallida infilò un CD di musica classica per pianoforte. Continuò: <<Non ti disturba se sentiamo la musica colta? E non ti ‘interessa’ se, quando io sto con te qui davanti, non mettiamo nessun CD di musica elettronica?>>

<<Va bene, quando starò dentro alla roulotte, la posso ascoltare con le cuffie. Fai pure, cara.>> Mormorò lui, quasi come un bambino appena punito.

Improvvisamente, il walkie talkie dei Minions, buffissimo, con i suoi due occhioni, gracchiò. Dal posteriore, Piero, attraverso una finestra, avvisava di aver scorto un gruppo di ciclisti in arrivo. Stavano per cancellare definitivamente la monotonia delle tre ore di viaggio in un ‘quasi deserto’.

Emma disse a Gunter: <<Rallenta un po’, li vedi quei ciclisti vestiti di blu e giallo lucente? Saranno almeno in dieci… mi faresti vedere una magia su di loro?>>

Lui, stupito, fece una smorfia strana: <<Che vuoi che faccio? Farli volare? Poveretti, già fanno una vita diabolica… saranno stanchi ed affamati.>>

<<I ciclisti sono una categoria incredibile: fanno sempre gruppo e cercano spesso di cavarsela con le prepotenze contro chi guida. Ogni tanto si sentono casi di ciclisti oltre i settant’anni che ci lasciano le penne per attacco cardiaco. Credono di mantenersi giovani eternamente e si ammazzano con sforzi inadatti alla loro età!>>

<<Va bene, però che ti interessa?>> Chiese lui annoiato.

<<Ma non li vedi che sono tutti brutti e vecchi?>>

<<Non vorrai forse che li faccia diventare giovani?>>

Lei rise. <<No, no, caro. Fanne cadere qualcuno, o almeno uno, con il potere della tua magia!>>

Gunter diventò serissimo, tutto d’un tratto. Rallentò ancora, per andare a passo d’uomo, e si mise a fissare il gruppo di vecchi dementi dal grosso retrovisore. Mormorava parole strane: <<Sem, tem… cadi, cadi, scivola… sem, tem.>>

Emma le stava accanto, quasi paralizzata, con un’espressione mista fra lo sconcerto e l’abietto. Non diceva nulla. In almeno tre minuti non successe niente. Poi, lei, con un sorriso bonario, le diede una pacca forte, e disse: <<Non ti preoccupare, la prossima volta mi dimostrerai i tuoi poteri magici, mago!>>

Gunter era ancora concentrato, quasi non la udiva. La ‘pacca’ della lunga mano di Emma finì per colpire la coscia di lui, martellando velocemente una ‘zona molto sensibile’ per gli uomini. Il fuoristrada frenò bruscamente proprio quando i ciclisti erano a pochi metri dal retro della roulotte verde. Ne cadde uno che poi tirò per terra altri due che fecero un effetto a catena devastante. Quasi tutti i vecchi sportivi, visibilmente adirati e gesticolanti, rimasero fuori dalla strada nella polvere, con due coppie di facoceri che li osservavano curiosamente bofonchiando chissà che cosa. Un orice scappò a salti dalla paura. Emma non sapeva bene quale fosse stata la causa dell’effetto e si mise a riflettere per lunghi, lunghi momenti.

I ragazzi avevano trascorso le prime ore di viaggio ed erano vicini alla tappa numero uno. Nonostante si fosse trattato di una strada poco trafficata, d’improvviso, durante gli ultimi minuti, si ritrovarono in mezzo ad un viavai incredibile. Mezzi di ogni tipo si fecero spazio cercando di superare la loro lunga roulotte: sembravano usciti dal deserto, o dalla radura circostante, per quanto fosse surreale la loro massiccia presenza in quel luogo. Erano, in gran parte, i turisti di safari dei Paesi orientali, che negli ultimi anni partecipavano, al pari dell’uomo europeo, a certi tipi di divertimenti ecologici. Loro, che in patria non sarebbero neanche stati capaci di accarezzare un animale, che avrebbero avuto persino paura di un gattino, che si schifavano a stare in posti che non fossero asettici, ben cementati, moderni, luccicanti e privi del più piccolo insettino, si, loro! Da soli, non avrebbero mai fatto ecoturismo, cosicché, quegli orientali, si facevano forza in gruppi di cento o duecento persone, ed affollavano ogni anfratto africano da safari. Si erano dotati di veicoli giganti, a due ed anche tre o quattro piani: alcuni ingegneri nipponici avevano in progetto perfino l’autobus di settanta piani. Qualcuno, forse, per rendere più sicuro il safari in mezzo a così ‘feroci’ animali, stava anche pensando di dotare i gruppi escursionistici di robot giganti con zampe da aracnidi in sostituzione delle poco affidabili ruote!

I due giovani alla guida si erano visti passare davanti addirittura dei fuoristrada con seggiolini esterni sopraelevati per l’osservazione delle belve, oppure degli strani furgoni con un tetto apribile e delle finestre laterali a prova di leone, blindate da pesanti grate di ferro, che parevano i transformers. Gli amici orientali, nei loro enormi veicoli, lanciavano i loro annoiatissimi sguardi verso i quattro campioni europei di sparatutto online, curiosi di capire chi fossero quei pazzi capaci di andare in roulotte in quei luoghi sperduti, così sprovvisti di armi da guerra e mezzi corazzati. Spesso, sopra il loro rorido viso facevano spuntare un subdolo sorrisino da alligatore, per poi tornare al serioso tedio tipico della loro… ‘cultura’.

Una volta arrivati ad Otavi, un villaggio di pochi abitanti, i ragazzi sperimentarono per la prima volta la cucina italiana creata nella loro elegante roulotte dagli interni color mandorla. Otavi, come tutti i centri della Namibia, non sapeva di Africa primitiva, ed era dotato di tutto ciò che serviva agli uomini più ‘civili’. Il gruppo, però, essendo esperto di guerriglia e tattica militare, sapeva bene di non poter svolgere le sue prove audaci in posti urbanizzati, e, così, venne stabilito di recarsi poco fuori del villaggio, a circa cinque chilometri. Anche la testuggine si rifocillò, girovagando nelle aride savane circostanti, fra arbusti e piccole piante, in una zona molto più verde dei paesaggi attraversati precedentemente. Fu proprio lì che l’ultimo sfidante, l’italiano, decise di cimentarsi nell’azione di colpire a distanza un giovane uomo intento a lavorare la terra. Le prove degli altri erano tutte andate a buon fine. Piero scelse una cosa facile, per cominciare senza stress, e per ripartire verso la seconda tappa al più presto, visto che sarebbe stato lui stesso il prossimo alla guida.

C’erano due piccole capanne in mezzo ad un grande contado coltivato con il mais. Il giovane uomo nero ed una donna altissima erano i soli a muoversi in quel panorama. Piero, ben mimetizzato, si era messo sopra i rami dell’unico grande albero nelle vicinanze dei malcapitati. Era la sola cosa più alta di due metri in quel campo. Gli altri amici stavano a guardare cento metri più dietro, con i loro binocoli, nel veicolo semicoperto dagli arbusti. Il bersaglio andò a defecare in mezzo ad un piccolo fosso che non lo copriva nemmeno, in tutta tranquillità. La donna, invece, era troppo intenta a trasportare pesanti carichi. Il colpo del fucile di precisione ad aria compressa di Piero colpì l’uomo sulla schiena, facendolo cadere con la faccia in giù, probabilmente, in una latrina colma di escrezioni. La vittima si tirò su in un attimo, urlando e gesticolando con vigore. Nel frattempo, era arrivato, proprio sotto l’albero da cui aveva sparato l’italiano, il Duca, che correva come un cane, in modo rumoroso ed emettendo dei versi penetranti. Nessuno di loro se ne era accorto prima. In meno di tre minuti, l’uomo insozzato, la donna ed altri dieci contadini inferociti (usciti da dove non si sa), si misero attorno al grosso albero, con i bastoni in mano, aspettando Piero che non era per niente passato inosservato. Il Duca gli aveva fatto ottenere uno zero alla prova poiché era stato scorto. Solo il celere aiuto degli amici, che avevano spaventato i bifolchi con il veicolo lanciato ad alta velocità, salvò Piero dalle ferite più gravi. Se la cavò con poche pedate nel sedere e due bastonate sulla nuca, ed il suo primo giorno era già mutato in tragedia.

La via per la tappa successiva fu molto lineare, in mezzo ad un paesaggio che piano piano rinverdiva. Nel fuoristrada si era sostituito alla guida Zachary con accanto il dolorante Piero. I due non si parlarono per alcune ore, non soltanto perché l’inglese non era di certo un tipo loquace, ma soprattutto perché l’italiano pensava male di lui, in quanto proprietario dell’animale che aveva causato l’incidente con i contadini. La Namibia sarebbe finita in poche ore di strada, mentre lo scenario si stava facendo più vario e vivace per la crescente presenza di animali tra bizzarre colline sui cento metri d’altezza dalle forme oscene, di colore grigio-marrone, che spuntarono improvvisamente sul vasto tavoliere come dei bubboni di peste.

Piero, ancora depresso, si decise ad estrinsecare le sue pene al camerata britannico, e si rivolse a lui con voce moderata:     <<Certo che se non fosse stato per il tuo dinosauro non sarei stato malmenato! Guarda tu che tipo di animale… se ne sta tranquillo a dormire su un fuoristrada o continuamente al trotto sui sassi, e si comporta come un cavallo sbizzarrito se lasciato sui prati! Mai vista una cosa così! Si vede che l’hai trovato in Danimarca!>> E si girò a squadrare l’ignara testuggine  con il rancore nei suoi occhi.

Zachary si voltò con il solito ghigno vile e gli rispose molto seccamente: <<Non è così. Sei tu lo stupidone che si è messo sopra l’unico albero della valle, dove chiunque avrebbe pensato di trovarti lì!>>

<<Ma dai! Quella testuggine è assurda! Da manicomio! Ed è tua! Mi ha fatto scoprire lei per colpa dei suoi versi da mostro.>> Esclamò Piero con il muso annerito dalla rabbia.

Così, i due, per non peggiorare la situazione, decisero di non parlarsi per un po’ di tempo in più, fino a quando scorsero dai retrovisori una sagoma di un veicolo poco comune.

Zachary mormorò a se stesso: << Ma che razza di fuoristrada è quello? Fa dei segni con le luci anteriori?>>

Il compagno si mise a guardare di dietro mentre il mezzo guadagnava strada rapidamente verso di loro. Disse: <<Questo è un altro pazzo! Deve essere un’autoblindo degli anni ’60, è verde come la nostra Defender, e se continua così ci viene addosso!>>

<<Eh già! Ed usa anche gli abbaglianti, forse vuole sfidarci!>>

<<Guarda bene il mezzo corazzato! Ha sei ruote motrici… non ci conviene accettare una sfida. Porta pazienza.>>

Il britannico ignorò l’avvertimento ed accelerò per non farsi superare dal folle. L’altro, però, nonostante il peso del veicolo, riuscì a stargli alla pari, e si affiancò alla roulotte, mettendo il gruppo in pericolo.

<<Lascialo passare! Questo è malato, si vede! Con il mezzo che ha, se gli spariamo non gli facciamo niente, e se ci urta, ci distrugge! Lascia passare.>> Gridò Piero.

Zachary si convinse, per il rispetto della sua personale incolumità, se non altro, ma dovette tenersi dentro tanta collera nel momento in cui il pazzo lo superò guardandolo per il finestrino rettangolare. I due furono derisi dalla boccaccia di sfida del tipo alla guida dell’autoblindo, un uomo molto grosso e forse altissimo, biondo, con la mandibola squadrata e due baffi antichi. Il mezzo pesante, rallentando intenzionalmente, li tenne dietro per circa venti minuti, per poi riallungare il passo e sparire all’orizzonte. I due campioni, offesi nel loro onore, giurarono di fargliela pagare cara nel caso l’avessero incontrato fermo da qualche parte!

Poco dopo, mentre il cielo iniziava a diminuire la sua luminosità, Zachary si rivolse all’amico seduto al suo fianco con modi gentili e gli disse: <<Vanno meglio le tue membra?>>

<<Stavo molto meglio prima che mi menassero quei bifolchi!>>

<<Del resto, siamo noi ad aggredirli per primi, in un certo senso.>>

<<Questo è vero… come si dice…chi semina vento raccoglie nubifragi.>>

<<Veramente si dice: chi semina vento raccoglie tempesta!>>

Il pilota decise di rallentare alla vista di almeno venti persone che assistevano ad uno spettacolo improvvisato da una rupe molto acuminata sulla loro sinistra. Sembrava un saltatore legato ad una fune che tentava la sorte.

Impressionato, Zachary fece al suo camerata: <<Sono quei tipi che fanno bungee jumping!>>

<<Si, sono famosi per lasciarci le penne prima o poi. Non capisco perché c’è gente che fa cose così senza senso, solo per il divertimento di un secondo. Inoltre, è un’attività che non richiede nessun talento e nessuno studio. Tutti i somari possono farcela.>> Disse Piero un po’ scocciato nel guardare quanti idioti c’erano al mondo, anche in un posto così sperduto.

Il britannico questa volta lo confortò: <<Si sentono casi di persone che saltano e muoiono schiantandosi al suolo, oppure, addirittura, che rimbalzano tornando sopra da dove partono!>>

<<Si, ho sentito anche di chi è saltato da un grattacielo e poi è entrato in una finestra del bagno di un appartamento a mezza strada dall’alto. O di chi, ritornando di sopra, muore con una testata sul tetto.>>

<<Forse, si verificano anche casi di infarto durante il volo… immagino.>> Il viso di Zachary si lasciò sfuggire un sorriso più umano.

All’arrivo nel piccolo centro di Mpungu la brigata ebbe modo di riposarsi meglio e di sostare alcuni giorni, preparando anche i documenti per il passaggio alla frontiera con l’Angola. Di certo, i ragazzi non tralasciarono la cosa più importante per cui erano arrivati fin lì: la competizione con il suo montepremi. Il tempo fu gradevole, tranne che per alcuni momenti di forti rovesci localizzati in aree davvero minuscole.

Il cielo a Mpungu era sempre picchiettato di bianco con tante nuvolette candide, e sembrava un tutt’uno con il suo territorio, anch’esso macchiato di mille piccoli arbusti pallidi che coprivano il secco suolo color sabbia. Gli escrementi dei grandi mammiferi erano sparsi ovunque e parevano brillare al sole con dei bei riflessi color oro sul fondo di mandorla, come fa la polvere di cannella su di un bel cappuccino. Ogni tanto qualche curioso si avvicinava al lungo veicolo invasore, sia animali, tipo elefanti e giraffe, che uomini neri seminudi. Raramente, invece, i bambini delle scuole in vicinanza osavano dare fastidio ai nuovi arrivati appartati nella macchia: loro erano stati ormai civilizzati dalla gente a cui appartenevano i quattro eroi.

A parte centinaia di baracche su un solo piano e dalle tinte chiare, in quel paese non c’era nient’altro. L’intellettuale del gruppo, Emma, sempre un po’ sbigottita da quel costume locale di urinare all’aperto davanti il prossimo, si chiedeva continuamente, e chiedeva ai suoi amici, il perché non ci fossero edifici di altre forme, o pizzerie, o parchi divertimento, proprio come nella sua bella piccola Svizzera.

Il secondo giorno di sosta, Gunter ebbe la ‘grande idea’ di catturare ed immobilizzare una preda selvaggia, la quale gli avrebbe fruttato un discreto aumento di punteggio nella classifica parziale. Mentre tutti gli altri lo stavano a guardare da lontano senza fiatare, il mago, munito di una grossa fune di fibra naturale, si eresse in una innaturale posizione del corpo di fronte al grosso facocero. Stava tentando i suoi poteri di magia per rendere docile il suino africano di grande taglia sui centotrenta chili, nonostante lui fosse specializzato in magia verde e nella circonvenzione dei crostacei più intelligenti. Al primo sguardo gettato negli occhi della bestia, Gunter ebbe come la sensazione di stare ancora conversando con Emma, che non tanto aveva apprezzato la sua passione musicale. Continuò alcuni minuti, davanti al suo oppositore, con le mani aperte e la testa china, mormorando cose inudibili. Il facocero passò da uno stato di nervosa paura ad uno di sonno ipnotico. Lentamente, il mago sembrava quasi vicino alla verifica delle sue abilità soprannaturali, quando, sfortunatamente, alcuni altri animali dello stesso genere, nonchè la pesante testuggine di Zachary, iniziarono ad avvicinarsi alle sue spalle. Il Duca in rincorsa cercò di mordere il facocero semi addormentato, così risvegliandolo e scagliandolo contro Gunter stesso. Ci furono attimi di panico. La fune di cui si sarebbe servito il tedesco, in caso di esito più felice, era stata fissata da una estremità ad un alberello vicino, in quanto avrebbe reso l’operazione di legatura dell’animale più facile alle leve del corpo umano. In realtà, però, quella ‘funesta’ fune si infilò, durante la caotica fuga a gambe levate del mago, nella cinta dei suoi pantaloni. Gunter venne trascinato dalla bestia a faccia per terra, fino presso l’albero di ancoraggio, e come se la preda avesse voluto intenzionalmente tramutarsi in cacciatore, iniziò a fare alcuni giri attorno che legarono il tedesco come un bovino col sedere verso l’esterno. Almeno quattro facoceri riempirono di testate e di morsi le gambe e le natiche dello sfortunato, mentre il Duca aveva ripreso la sua tranquillità e stava divorando l’erba del campo. Solo dopo due ore gli animali lasciarono libero il malcapitato, che venne medicato e rifocillato dai compagni, i quali si sorbirono lunghi minuti di pianti e di tristi gemiti.

Mpungu non aveva molto da offrire ad una comitiva di persone della ‘levatura’ dei campioni online ed i pochi giorni di visita erano sentiti come degli interminabili mesi. L’unico fatto di rilievo che movimentò un po’ la stasi fu l’avventura amorosa che capitò al ragazzo italiano, l’investigatore dalle dolci ‘note mediterranee’ che un tempo lontano ancora stuzzicavano l’appetito sessuale delle europee nordiche, ben più raffinate di quelle di oggi. Una romantica ragazza del posto, una negra alta 158 cm. e pesante 100 chili, su per giù, dal bel viso oscuro e gioviale, con capelli corti molto neri ed occhi di caffè espresso, si era invaghita di Piero dal primo momento che lo aveva visto a busto nudo fuori dalla roulotte, durante il secondo giorno di sosta. Da allora, la tenera fanciulla lo aveva incessantemente bersagliato delle sue attenzioni molto ‘femminili’, passando di lì per visitarlo almeno ogni due o tre ore. Piero faceva molto per evitarla, mentre i suoi compagni lo deridevano, ma tutto fu vano: la tipa indigena era davvero innamorata, ed inoltre, era convinta della superiorità della razza bianca, tanto che, aveva dedicato tutti i suoi lunghi e monotoni anni di ozio in quel paesino sperduto alla ricerca di un uomo caucasico da sposare con il quale fare una vita migliore e dei bambini di tipo differente.

Alle volte, le donne, quando si mettono in testa qualcosa, non sono facilmente influenzabili nei loro errori. Piero veniva riempito di fiori e di piantine, e, se avesse tentato di farsi vedere poco interessato o di darsi assente, la ragazza sarebbe entrata addirittura nella roulotte per tirarlo fuori per mano e farlo camminare in riva allo stagno dall’acqua marrone. In un paio di occasioni l’italiano tentò di dirle che non era il suo tipo, ma tanto lei non lo capiva… e quando lui fece scatti di rabbia per mandarla a casa o per staccarsi dalle sue manine lunghe e grassocce, la ragazza esplose in pianti lunghi ed asfissianti, che il dolce cuore latino non avrebbe mai potuto permettere moralmente. Quando la brigata ripartì per le nuove destinazioni, la fosca ragazza, nascosta dietro la macchia a sorvegliare il suo capitale umano per l’investimento del futuro, si mise in corsa e s’aggrappò sul lato frontale della Belcanto, sopra alla giuntura con il fuoristrada. La mano di Piero, da un finestrino, cercò di farla staccare, ma fu morsa, allora lui passò alle banane tirate in faccia; eppure la donna non voleva proprio arrendersi. Lei urlava come un animale scannato, con feroce rabbia e digrignando i denti. Solo una potente testata del suo amato italiano la stordì facendola cadere nei fanghi della sua terra natia, ancora imprecante, piena di gesti nervosi, rotolandosi, mentre vedeva scomparire la sua grande possibilità di vivere altrove il suo futuro.

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